spiegano la situazione. «Nello scorso anno – si legge nella nota Cia – il prezzo medio dei suini è diminuito dell’8% rispetto al 2006, mentre il costo dei cereali e dei semi oleosi indispensabili per l’allevamento ha fatto registrare impennate vertiginose: il mais nazionale è cresciuto del 33,6%, l’orzo estero del 44,6%, la farina di soia estera del 30,7%, la crusca di frumento tenero del 55%». Per quanto riguarda le importazioni, invece, gli arrivi in Italia di prosciutti e salami stranieri ammontano a 875mila tonnellate per un valore di oltre 1 miliardo e 700 milioni di euro, con oltre 60 milioni di cosce fresche di maiale. «Per comprendere le difficoltà degli
allevatori – continua la Confederazione italiana agricoltori – basta rilevare che, fatto cento il valore del suino pagato dal consumatore, solo il 14,8% va all’allevatore. Nel 2001 il suinicoltore incideva per il 21,1%. In sette anni il taglio è stato del 6,3%». Segnali negativi arrivano anche dalle vendite. Secondo le rilevazioni riferite al Panel Ismea-ACNielsen, gli acquisti sono scesi, sempre nello scorso anno, del 4,6% e quelli di salumi dell’1,1% (meno 0,6% quelli Dop). Oggi in Italia esistono circa 100 mila le aziende, con oltre 9 milioni di capi suini. Il valore al consumo della carne suina è
di 1,2 miliardi, quello dei salumi di 3,6 miliardi (460 milioni per le Dop). Solo nello scorso anno sono stati prodotti 9 milioni 900 mila prosciutti di Parma (con un giro d’affari di 1,7 miliardi di euro), mentre quelli di San Daniele sono stati circa 2 milioni e 700 mila.