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Ue-Usa, barricate contro ripresa import polli al cloro

 

Commissione europea divisa, si profila una guerra commerciale

 
   

BRUXELLES (18 aprile 2008) - Una nuova guerra commerciale per il pollo si sta profilando tra le due sponde dell’Atlantico. Washington è più che mai determinata a mettere fine al divieto che dal 1997 impedisce alla carne bianca di pollame americana disinfettata al cloro di entrare nell’Ue. In Europa, invece, una maggioranza di stati membri si prepara a erigere barricate contro questa eventualità. La Commissione europea, dal canto suo, è divisa sul da farsi. È da 11 anni che nell’Ue può entrare solo la carne bianca di pollame americana non disinfettata al momento della macellazione con sostanze chimiche a base di cloro, soprattutto per ridurre la presenza di salmonella. Nella produzione di pollame l’Ue ha scelto,

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invece, di applicare misure igieniche rigorose lungo tutta la catena alimentare, dalla fattoria alla tavola, e quindi non ha bisogno di intervenire con un trattamento di decontaminazione finale al cloro, il cui impatto sulla salute e sull’ambiente solleva riserve e critiche. Washington però sta facendo della fine del bando dei polli al cloro una della sue priorità e gli stati europei hanno deciso di reagire incalzati dalla Francia, fortemente contraria alla decontaminazione chimica della carne fresca. La tesi di Parigi è che l’analisi dei rischi che è stata effettuata non ha sufficientemente dimostrato la sicurezza di questo trattamento rispetto all’ambiente. Non solo. L’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel suo più recente parere sull’uso di un mix di sostanze chimiche per disinfettare la carne bianca ha indicato che non si può determinare, sulla base dei dati a disposizione, se questo trattamento può aumentare la resistenza degli antibiotici nell’uomo. Su richiesta di Parigi quindi, la questione è stata discussa lunedì scorso dai ministri dell’agricoltura dell’Ue e la risposta è senza appello. Fonti comunitarie presenti alla riunione hanno indicato che «Italia, Spagna, Portogallo, Belgio, Austria, Grecia, Finlandia, Lettonia, Romania, Lussemburgo, Irlanda, Ungheria e Cipro hanno sostenuto la tesi di Parigi sottolineando i rischi per la salute, per la fiducia dei consumatori e per la concorrenza rispetto ai produttori europei». Preoccupazioni che condividono anche «Svezia, Danimarca e Bulgaria le quali però auspicano una nuova valutazione scientifica del problema». Quanto a «Regno Unito e Olanda sono dell’opinione che ogni decisione deve essere basa su un’analisi scientifica approfondita». La Commissione europea, che dovrebbe giocare il ruolo dell’arbitro, è però spaccata sul da farsi. In favore della ricerca di una soluzione ci sono in primo luogo il commissario al commercio estero Peter Mandelson ed il vice-presidente all’industria Gunter Verheugen. Quest’ultimo, già nel febbraio scorso, aveva messo in guardia il presidente dell’Esecutivo Ue che prima del prossimo Consiglio economico transatlantico, in programma il 13 maggio a Bruxelles, la priorità americana numero uno rimaneva il problema dei polli. Sull’altro fronte c’é il commissario all’Ambiente, Stavros Dimas, e il neo-commissario alla Sanità, Androulla Vassiliou, che ha detto senza mezzi termini: «Non ci possono essere compromessi sulla qualità e la sicurezza della produzione alimentare».

 
   
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