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Carne suina, si registra un calo del 4,6% negli acquisti

 

A Qualypig si discuterà su come superare la crisi

 
   

ROMA (17 aprile 2008) - Secondo i dati Istat e Ismea,il 43% di tutta la carne consumata nel mondo deriva dal suino. In Italia, il consumo pro capite si attesta sui 31,7 chilogrammi e supera sia la carne bovina che quella avicola. Come risulta da un’indagine del Centro studi di CremonaFiere, gli italiani preferiscono i salumi rispetto al prodotto fresco; le specialità della salumeria coprono infatti il 60% della domanda e lasciano alla carne fresca solo il 40% del totale. A differenza di altri importanti prodotti che compongono il paniere alimentare italiano, negli ultimi mesi, i salumi e la carne di suino non hanno registrato i ben noti incrementi di prezzo al consumo e questo dovrebbe essere un fattore di spinta e favorire gli acquisti.

Suini
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Invece, si legge sul sito delle Politiche agricole che, come si evince dalle più recenti rilevazioni fornite da Ismea - Ac Nielsen, si assiste ad una riduzione degli acquisiti domestici del 4,6% per la carne fresca e dell’1,1% per i salumi. Questo rende ancora più difficile superare la crisi di mercato, in atto da diversi mesi, che sta mettendo a dura prova la tenuta dell’intera filiera produttiva; filiera da cui nascono i migliori prodotti al mondo e che è necessario salvaguardare. La crisi della suinicoltura coinvolge tutti i maggiori paesi produttori a livello europeo. In Italia a soffrire è il suino pesante (170 kg) a causa del calo dei consumi e dell’impennata delle materie prime. Il prezzo del mais è infatti cresciuto, nel breve volgere di alcuni mesi, addirittura del 50%, mettendo praticamente in ginocchio quegli allevatori che non possono contare sulla produzione propria di mangime e per questo devono rivolgersi all’industria. Negli altri paesi europei la crisi è invece determinata sopratutto da un eccesso di offerta. L’aumento del prezzo delle materie prime ha fatto lievitare il costo di produzione quasi fino a 1,50 euro/kg/carne, a fronte di un prezzo percepito dagli allevatori che in molti casi non ha superato l’1,20 euro/kg/carne. In altri paesi come l’Olanda, alla crisi hanno pensato di rispondere riducendo il numero di scrofe montate, che di fatto nei prossimi mesi determinerà un calo nella produzione di animali. In Germania invece, si guarda all’export con rinnovato interesse, perché se è vero che da qui al 2020, secondo le stime elaborate da Cma, la Centrale di marketing del settore agroalimentare tedesco, i consumi mondiali di carne suina sono destinati a registrare un costante e significativo aumento, va da sé che scenari di questo tipo non possono che essere visti come un’opportunità da sfruttare in tutte le loro sfumature. Un aspetto che si potrebbe rivelare molto interessante anche per l’Italia, non solo rispetto a quelle produzioni che l’hanno resa famosa nel mondo per tipicità e qualità e che tengono alto il marchio del made in Italy, ma perché si potrebbe finalmente dare avvio a quella diversificazione produttiva di cui ormai gli operatori del settore parlano da tempo: la produzione di un suino intermedio, vale a dire di un peso alla macellazione non superiore ai 130-140kg, ideale per essere commercializzato in tagli di carne fresca di ottima qualità. Secondo le Politiche agricole risulta quindi di importanza fondamentale mettere in atto una strategia di rilancio del settore che punti su due leve: la qualità ed il marketing sul mercato interno per differenziare il prodotto e sostenere i consumi, e l’organizzazione di filiera per aumentare la presenza della nostra produzione sui mercati esteri. Per raggiungere questi obiettivi CremonaFiere ha ideato Qualypig, in programma dal 17 al 19 aprile. Un evento che coinvolge tutti i protagonisti della filiera che avranno la possibilità, oltre a scoprire tutte le novità del mercato delle tecnologie e delle attrezzature, di trovare insieme le strategie comuni per aiutare il settore a recuperare il valore che merita.

Coldiretti «Di fronte all’insostenibile crisi del settore delle carni suine che mette a rischio uno dei più prestigiosi prodotti della gastronomia made in Italy gli allevatori hanno deciso di attuare lo sciopero del prosciutto». Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare che all’origine della protesta c’è il prezzo di appena 1,15 euro al chilo pagato agli allevatori, che dunque non sono in grado di coprire i costi di produzione e garantire la qualità delle carni. Poiché gli allevatori hanno annunciato che assieme ai maiali non consegneranno più le certificazioni di qualità indispensabili per la commercializzazione del prodotto a marchio d’origine, secondo Coldiretti c’è il rischio che il prosciutto made in Italy scompaia presto dalle tavole degli italiani. Nel 2007, ricorda l’organizzazione agricola, grazie al lavoro di 4.987 allevamenti italiani, sono stati prodotti in Italia oltre 9,5 milioni di prosciutti di Parma Dop. Per acquistarli gli italiani hanno speso 1,3 miliardi di euro. All’estero il giro di affari ha raggiunto i 400 milioni di euro, con aumento record delle vendite in quantità (+9%). «Nonostante questo – continua la Coldiretti – il compenso riconosciuto agli allevatori è sceso a 1,15 euro al chilo e sono drasticamente aumentate le spese per l’alimentazione degli animali. A fronte anche di un balzo fino al 30% dei costi di cereali e oleaginose (principali componenti della dieta alimentare dei maiali) ai quali si sono aggiunti rincari anche nelle spese energetiche e la necessità di investimenti nelle strutture e nei mezzi aziendali per ottemperare agli obblighi comunitari». Secondo la Coldiretti nella forbice tra prezzi alla produzione e al consumo c’è un sufficiente margine per garantire una adeguata remunerazione agli allevatori e non aggravare i bilanci delle famiglie, ma occorre lavorare sulla trasparenza dei prezzi e della informazione ai consumatori.

Cia Gli allevatori di suini sono ormai alle corde, schiacciati da onerosi costi di produzione (in particolare i mangimi) e da prezzi ormai in forte discesa. A rischio le stesse produzioni Dop di prosciutto che rappresentano un fiore all’occhiello per il made in Italy agroalimentare. A lanciare l’allarme è la Cia-Confederazione italiana agricoltori che denuncia una situazione di estrema gravità per la nostra suinicoltura di qualità che continua a perdere colpi con le immaginabili conseguenze. «Solo nel 2007 – si legge in una nota della Cia – il prezzo medio dei suini è diminuito dell’8% rispetto al 2006, mentre il costo dei cereali e dei semi oleosi indispensabili per l’allevamento ha fatto registrare, rispettivamente, incrementi del 50 e del 20%. Non solo. Gli stessi consumi di carne suina fresca sono scesi, sempre nello scorso anno, del 4,6% e quelli di salumi dell’1,1%». Una situazione che rischia di aggravarsi ulteriormente e che ha generato la protesta dei suinicoltori che ieri si sono riuniti a Reggio Emilia per denunciare il profondo stato di disagio e di malessere di una categoria che in questi anni ha investito molto in qualità e sicurezza e decidere una forte azione di protesta. Il prossimo appuntamento sarà per il prossimo 28 aprile, sempre a Reggio Emilia, dove si valuteranno le ulteriori iniziative da sviluppare. «La protesta – continua la nota – ha lo scopo di denunciare l’impossibilità a proseguire la produzione di suini pesanti, stante un prezzo di mercato che non li differenzia dal prodotto leggero da macelleria. Dunque, una protesta tesa a salvare il sistema delle produzioni suinicole italiane di qualità che, altrimenti rischiano, di uscire dal mercato e di non avere più materie prime per le Dop dei prosciutti», conclude l’organizzazione agricola.

Confagricoltura «L’aumento dei costi di produzione, il crollo dei ricavi e l’incessante incremento dei prodotti d’importazione hanno esasperato i suinicoltori italiani. Da qui la decisione degli allevatori di bloccare l’emissione delle certificazioni che consentono alle carni di qualità d’essere avviate alla trasformazione in prodotti tutelati». Nel sottolineare la gravità della situazione economica di uno tra i comparti trainanti della produzione zootecnica italiana, Confagricoltura rimarca l’assoluta necessità di dar corso a iniziative in grado di sostenere una tra le attività che meglio è riuscita negli anni a valorizzare il made in Italy nel mondo. Il blocco delle emissini delle certificazioni Dop, che rischia di provocare la scomparsa dalle tavole dei prosciutti certificati, spiega Confagricoltura, «discende dall’insostenibile livello raggiunto dal compenso riconosciuto agli allevatori. Compenso che non copre ormai più da tempo i costi produttivi fortemente condizionati dai rincari dei prodotti per l’alimentazione e da quelli energetici». Confagricoltura rimarca quindi che opererà a sostegno dell’azione dei produttori, «affinché si possa giungere a risolvere una situazione il cui ulteriore aggravarsi potrebbe, per la mancanza di materia prima, mettere a rischio la tenuta dell’intero sistema delle produzioni di qualità».
 
   
terrà Testata dell'assessorato delle Risorse Agricole e Alimentari - Regione Siciliana - Pubblicazione ex L r. 73/77 art. 4, c. L - Registrazione al tribunale di Palermo al numero 4 del 13/01/2005 - Iscrizione al registro degli operatori delle comunicazioni (Roc) al numero 12447. Testi e foto pubblicati potranno essere utilizzati previo consenso e citando la fonte.
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