avviato alla concentrazione per essere successivamente utilizzato per gli arricchimenti. Davanti a questi numeri ci si può rendere conto di quanto sia limitata la produzione di vini siciliani imbottigliati. Ma per rendere ancora più chiara la situazione dell’universo vitivinicolo siciliano ecco altri dati significativi. Pur rappresentando il 16% della produzione di vino italiano – contro il 14% del Veneto, il 6% del Piemonte, il 5% della Toscana, il 2% del Trentino –, la Sicilia dà un export vino in valore di soli 85 milioni di euro, contro i 930 milioni di euro del Veneto, i 752 del Piemonte, i 550 della Toscana e i quasi 400 milioni di euro del Trentino. Da ciò si evince che il vino siciliano è venduto principalmente come massa vinosa sfusa o a prezzi da saldo. Ma dove sta il nocciolo del problema? Il sistema cooperativistico siciliano, a esclusione di pochissime cantine che si contano sulle dita di una mano, non è in grado di organizzare una vera commercializzazione. Inoltre, pur avendo tanti sussidi, ha costi di gestione molto elevati (6-9 euro/quintale). Ne consegue che il commercio di vino sfuso non permette di ottenere quel plus valore derivante dalle successive operazioni di trasformazione, imbottigliamento e vendita. A ciò va aggiunto che il sistema cooperativistico attuale, sempre per mancanza di capitali, è costretto a ricorrere al credito bancario, sovente a costi elevatissimi: per evitare i quali spesso si è costretti a svendere il vino stoccato in cantina. Per completare il quadro va evidenziata la polverizzazione della proprietà terriera, che rende decisamente poco economica la conduzione e perfino la meccanizzazione da parte dei singoli produttori viticoli. In questo contesto negli ultimi vent’anni in Italia c’è stato un costante abbandono dei vigneti e un dimezzamento della superficie vitata (da 1,2 milioni a 650 mila ettari). In Sicilia si prevede nel 2010 l’estirpazione di almeno 15 mila ettari di vigneto, grazie anche agli aiuti destinati a tal fine. Sarà sufficiente dare ai viticoltori un premio agro-ambientele di 800/1.000 euro per ettaro e offrire alle cantine sociali il risanamento delle passività onerose? Probabilmente no, in quanto le spese di gestione per ettaro di vigneto sono di almeno 2.500/3.000 euro. Quindi l’estirpazione andrà oltre ogni aspettativa: sono già a rischio di abbandono, infatti, i circa 13 mila ettari di vigneti a tendone, gli 11 mila di vigneto ad alberello e almeno altrettanti ettari di vigneti a spalliera, siti in zone poco vocate o con basse rese. Questi numeri tradotti in termini di disoccupazione significano che almeno 100 mila persone perderanno il loro lavoro. In questo contesto di crisi, a detta di Giacomo Rallo, vicepresidente dell’Unione italiana vini e titolare delle cantine Donnafugata, possibili soluzioni o tentativi di risanamento del comparto potrebbero essere iniziative come la Doc Sicilia e la “vendemmia verde”. «La Denominazione – afferma Rallo – sarebbe certamente un grande passo avanti verso una regione produttrice non più solo di quantità record, ma anche di qualità certificata. Inoltre, la vendemmia verde può essere un modo per migliorare la qualità che ben si accosterebbe alla creazione della Doc». Sulla stessa linea anche Carlo Ferracane, presidente di Assoenologi e direttore tecnico della cantina Colomba bianca: «Siamo favorevoli alla Doc Sicilia, purché si rispettino le Doc già esistenti con la creazione di sottozone (modello francese, ndr) e prevedendo la possibilità di allargare la lista delle zone di imbottigliamento anche al di fuori della regione. Inoltre, andrebbe snellita tutta la burocrazia delle procedure di certificazione». Per quanto riguarda la pratica della vendemmia verde, Ferracane, si dice un po’ scettico: «La vendemmia verde può essere una soluzione se attuata per un periodo di tempo limitato, cercando armonicamente di controllare la produzione sotto il profilo quantitativo e qualitativo. Questa pratica, infatti, offre risultati solo se adoperata intelligentemente per far coincidere il mercato con la produzione agricola».
