parte del leone la fanno naturalmente i paesi sviluppati, che ne importano il 60 per cento in termini di peso, e ben l'80 per cento in termini di valore economico. Europa, Giappone e Stati Uniti da soli rappresentano il 70 per cento di tutte le importazioni. l totale delle importazioni di pesce nel 2008 è stato valutato intorno a 108 miliardi di dollari, in termini di valore. Buona parte di questo pesce viene dai paesi in via di sviluppo - fonte del 50 per cento di tutte le importazioni ittiche da parte dei paesi ricchi (per un valore di 43 miliardi di dollari). Questo significa reddito - i proventi netti da esportazioni ittiche per i paesi in via di sviluppo ammontano attualmente a 27 miliardi di dollari l'anno. Ma significa anche occupazione. Si stima che il settore pesca e acquacoltura dia lavoro a circa 45 milioni di persone, a tempo pieno o a part-time. Altri 6,5 milioni sono inoltre impegnati nel settore su base occasionale. Se si aggiungono le persone occupate nell'industria di trasformazione - principalmente manodopera femminile - nella commercializzazione e nei servizi correlati, e si includono i membri familiari di tutta la gente occupata, si stima che circa mezzo miliardo di persone dipendano, in parte o per la totalità del proprio reddito, dal settore ittico. Ma fare arrivare il pesce sul mercato non sempre è impresa facile. Dal 1 gennaio di quest'anno il più grande mercato importatore di pesce, l'Unione Europea, richiede che tutte le importazioni di pesce non d'allevamento siano accompagnate da un certificato di convalida da parte delle autorità del paese di bandiera dei pescherecci che li hanno originariamente pescati. L'intento è combattere la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU l'acronimo inglese), un problema di grosse dimensioni, ma secondo la FAO l'attuazione di questa norma pone nuovi e difficili oneri per gli esportatori. |
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