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Carciofo, un primato sulle spine

 

Sebbene sia l’ortaggio più coltivato in Sicilia, il comparto non decolla

   

PALERMO (25 maggio 2009) - La coltivazione del carciofo in Sicilia ha una storia più che millenaria: sembra risalga agli arabi che tra il  IX e il X secolo diedero all’ortaggio l’attuale nome di Kharshuf. Già alla fine dell’800 il “Violetto di Sicilia” o “Catanese”, coltivato nella fascia sud-orientale dell’Isola, alimentava una consistente corrente di esportazione. Con gli anni, grazie alle favorevoli condizioni pedoclimatiche, il carciofo non tardò a conquistarsi il ruolo di ortaggio più importante della Sicilia. Un primato che col passare del tempo è andato consolidandosi visto l’aumento esponenziale delle superfici dedicate. Già negli anni Venti si coltivavano a carciofo più di 2000 ettari di campi; oggi, sotto la spinta di

carciofi
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una crescente domanda, si è arrivati a 14.000 ettari.
Una recente indagine condotta dall’assessorato regionale Agricoltura, in particolare dall’Unità operativa territoriale 56 di Gela, fa il punto sull’attuale situazione del comparto. Oggi la Sicilia è la regione che contribuisce maggiormente alla leadership che l’Italia detiene a livello mondiale. Una leadership da tutelare, vista l’incalzante ascesa nel mercato globale di nuovi paesi produttori, quali Cina, Brasile e Cile. Tra il 2006 e il 2007 la produzione siciliana si è attestata intorno a 1,5 miliardi di “capolini” (di cui circa 800 milioni per il fresco e 750 milioni per l’industria) generando una produzione lorda vendibile di circa 173 milioni di euro. Del resto, il potenziale di mercato di questo ortaggio è davvero grande, visto il grande utilizzo che se ne fa nella cucina tradizionale e il suo indubbio valore salutistico.



Il carciofo rappresenta l’unica possibile coltura ortiva da pieno campo per quei territori caratterizzati da scarsità di risorse idriche. Non amando il freddo è coltivato in zone dove le temperature raramente scendono al di sotto dello zero. Il distretto produttivo più ampio, con circa 6000 ettari e il 48% della produzione regionale, ricade nella provincia di Caltanissetta, fra i comuni di Gela, Niscemi, Butera e Mazzarino. Seguono la provincia di Catania, con l’importante distretto di Ramacca e le province di Ragusa, Siracusa e Palermo, dove il comune di Cerda è sicuramente il comprensorio più attivo.



Nonostante il carciofo sia attualmente l’ortaggio più coltivato in termini di superficie e, escludendo il pomodoro di serra, sia l’ortiva che produca a livello regionale la maggiore produzione lorda vendibile, il comparto si trova ad affrontare alcune difficoltà. Prima fra tutte l’alta frammentazione della struttura produttiva in 5000 piccole aziende. Questa polverizzazione rende difficile, infatti, l’organizzazione di efficaci politiche di marchio capaci di tutelare l’identità del prodotto al consumo. Succede così che, tra numerosi passaggi e trasformazioni, prima di arrivare ai destinatari finali, si perda la riconoscibilità dell’origine siciliana. La questione del marchio è strettamente collegata all’esigenza di stimolare nuova domanda ed espandere l’area geografica di consumo. Attualmente – sottolinea l’indagine dell’Uot di Gela – la commercializzazione dei carciofi punta solo al Centro-Sud, ma i produttori auspicano di raggiungere nel medio termine nuovi target di consumatori, localizzati soprattutto nel Nord-Italia e nel Centro Europa (Svizzera, Germania, Austria, Belgio). Per sfondare su nuovi mercati occorre organizzare il comparto in una filiera più moderna, che risponda alle esigenze di un mercato sempre più orientato verso  l’alta qualità e al contempo verso una forte standardizzazione del prodotto. Secondo gli esperti un’evoluzione positiva dell’attuale situazione potrebbe essere perseguita tramite  un  aumento del prezzo unitario riconosciuto al produttore e la penetrazione su nuovi mercati. Questi elementi potranno agire singolarmente o, in modo fra loro sinergico, se sostenuti da organiche campagne promozionali rivolte al consumatore, capaci di assicurare la qualità e di  creare valore aggiunto a vantaggio del sistema economico siciliano.

 
   
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