Pietro Ballatore, che ha inserito la fava larga di Leonforte all’interno di un progetto regionale sulla produzione di proteine vegetali in Sicilia, e l’Università di Catania, in particolare il dipartimento di Ortofloroarboricoltura e tecnologie agroalimentari (Dofata), che con il progetto Prom (Promozione di orticole in aree meridionali) si è concentrata in particolare su uno studio volto alla valorizzazione della fava fresca.
«L’elevato peso del seme e le buone caratteristiche culinarie ne hanno fatto da tempo un ingrediente importante della gastronomia siciliana – spiega Ferdinando Branca, professore dell’Università di Catania –. Di recente – aggiunge il docente – la fava larga è stata segnalata e inserita nell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali istituito con il DL 173/98 redatto dal Mipaf. Anche a seguito di ciò si è innescata un’attenzione crescente sotto il profilo del miglioramento delle capacità produttive della pianta, dell’accertamento della composizione del prodotto e sulle possibilità di valorizzare la fava larga attraverso nuove forme d’utilizzazione in aggiunta a quelle tradizionali. All’uso del seme secco per preparare piatti tipici, il più noto dei quali è il “macco”, si potrebbe affiancare il consumo di seme allo stato fresco in fase di maturazione cerosa». Nell’ambito di quest’obiettivo il Dofata ha avviato una prima indagine per accertare il grado d’uniformità dei materiali genetici posti in coltura confrontando otto selezioni aziendali provenienti dalla provincia. Successivamente si è passato al confronto tra la cultivar tipica di Leonforte e quella commerciale. «Se da un lato le analisi sulle otto selezioni aziendali non hanno evidenziato differenze – commenta Branca –, dall’altro risultano rilevanti quelle apparse con la varietà di fava commerciale: a parte le diversità legate alla tipologia (il seme della fava di Leonforte è grosso più del doppio rispetto alla varietà commerciale a seme piccolo), si è constatato un maggior contenuto di zuccheri nella fava larga». «Indicativa anche la resa in cotiledoni – spiega Branca –. Rispetto alla percentuale di tegumento esterno, infatti, la fava di Leonforte ha una maggior quantità di parte edibile».
Puntare sulla diversificazione del consumo appare, dunque, una possibile via per rilanciare commercialmente questa ortiva che, osservando i dati sulla produzione, rischia di essere collocata tra le produzione di nicchia del made in Sicily. «Sono quaranta i piccoli produttori attivi nella zona – osserva Salvatore Manna, dirigente dell’Uot 59 di Leonforte –, e cinquanta gli ettari coltivati, per una resa di circa 80 quintali per ettaro di prodotto fresco e 20 quintali di prodotto secco. Se venduto come prodotto Slow Food – aggiunge il dirigente – il prezzo arriva a 4-5 euro, ma il resto, anche se venduto in grosse confezioni, non supera i 2,50 euro. Poco remunerativo rispetto ai costi per la manodopera». Secondo Manna, quindi, «è necessaria una forte azione in termini di promozione anche per invogliare i giovani al consumo dei legumi», ma sarà importante prevedere al contempo «un rinnovamento organizzativo della filiera produttiva – confidano dall’Università di Catania – prevedendo anche buone prospettive di successo commerciale se proposta come prodotto di nicchia surgelato».