gestito dagli agricoltori), sicurezza alimentare, valorizzazione delle tradizioni e delle caratterizzazioni culturali dei territori. È certo, tuttavia, che negli ultimi tempi il mondo della comunicazione ha rappresentato il settore agricolo più per quegli asset intangibili, come già detto, che per le relazioni e gli effetti economici delle attività delle imprese, cosa che di fatto svilisce il ruolo del settore. In altre parole, l’unico modello di agricoltura possibile è quello in cui la multifunzionalità, la pluriattività, l’ecosostenibilità e la tipicità sono elementi accessori del vantaggio competitivo, e non elementi trainanti sui quali costruire la rappresentazione e le scelte politiche per il settore».
In agricoltura si parla sempre più di impresa e di azienda. Qual è la differenza?
«È un’ambiguità che va sciolta una volta per tutte, anche per indirizzare meglio le politiche. In caso contrario si farebbe – come in effetti, sbagliando, è accaduto in passato – una politica agricola unica per gli oltre due milioni di imprese statisticamente censite. In pratica, sono “aziende non imprese” quelle che hanno un reddito lordo inferiore a 9600 euro l’anno. Le “aziende non imprese” sono in Italia purtroppo la larga maggioranza: l’83% del totale. Aziende che hanno una media di estensione aziendale molto ridotta: 1,8 ettari; producono un reddito lordo standard annuo bassissimo: di poco inferiore ai 2.300 euro l’anno (189 euro/mese) e garantiscono occupazione per 73 giornate in media all’anno, neanche un consistente part-time. Di contro, il 17% delle altre, le “aziende imprese”, che hanno un reddito lordo superiore alla soglia di 9600 euro annui, rappresentano il 70-80% della superficie coltivata e del reddito agricolo prodotto in Italia. Hanno in media 22 ettari di superficie e circa 43 mila euro di reddito lordo standard per anno. Ciascuna di essa garantisce occupazione per 417 giornate di lavoro l’anno, grosso modo due unità di lavoro a tempo pieno».
E quindi…
Quindi, l’attenzione si deve concentrare sulle “aziende imprese” perché esse mostrano, anche nelle difficoltà della congiuntura, una maggiore capacità di adattamento al mercato, sono state in grado di realizzare una diversificazione del mercato, sono indirizzate alla ricerca e all’innovazione e spesso hanno anticipato gli scenari futuri anche rivolgendosi all’internazionalizzazione. E, tra l’altro, sono anche anagraficamente più giovani. E così, quando pensiamo a una politica per la competitività, occorre puntare su questa compagine. Ma finora, in campo comunitario ma anche nazionale e regionale (livelli dove pure si stanziano notevoli risorse a favore del settore) è sembrata mancare proprio questa sensibilità, privilegiando interventi poco mirati».
I giovani agricoltori, musica per le sue orecchie… Quali strumenti hanno a disposizione per avviare o far decollare un’impresa?
«Il più noto e forse più importante strumento di incentivazione definito dall’Ue è la misura di “Insediamento giovani agricoltori”. La misura è orientata a favorire il ricambio generazionale nella gestione delle imprese agricole, incentivando anche il rilancio produttivo delle stesse aziende con la realizzazione di investimenti capaci di incrementare il valore aggiunto delle produzioni agricole e in particolare di quelle di qualità, aumentare la competitività, migliorare il rendimento globale dell’azienda, promuovere la diffusione e la promozione delle innovazioni. Non solo aiuti per l’insediamento, ovviamente, ma anche un sostegno al piano di investimenti aziendale, al servizio di assistenza e alla consulenza aziendale».
Quali politiche in cantiere per i giovani imprenditori?
«Innanzitutto, occorre investire in ricerca, innovazione; migliorare le infrastrutture e le strutture stesse delle imprese; agire sulla macchina istituzionale o sulle politiche energetiche e sociali spesso comporta decisioni difficili da assumere perché richiedono una visione strategica che guardi oltre il contingente. Ma è anche essenziale prevedere una sede istituzionale dove i giovani imprenditori, di tutti i settori produttivi, possano discutere delle scelte politiche strategiche per il futuro dell’impresa italiana».
Si parla sempre di scelte politiche strategiche, ma poi sul campo arriva ben poco. Cosa si dovrebbe discutere, quindi, in questa auspicata sede istituzionale?
«Innanzitutto occorre interrogarsi sui temi di valenza orizzontale che vanno dalla formazione e dallo sviluppo delle reti di conoscenza alla ricerca e all’innovazione, passando dalla necessità del ricambio generazionale. A tal fine, si potranno utilizzare il Fondo e le relative nuove risorse messe a disposizione per le politiche giovanili del rinnovamento dalla recente legge di conversione del decreto legge anticrisi 185/2008. Tra le misure indirizzate, giustamente, dal Governo a sostegno delle famiglie sono stati stanziati nuovamente i 150 milioni di euro già assegnati per il 2008 e che potranno costituire un primo investimento. In chiave strettamente agricola, l’Associazione nazionale giovani agricoltori prefigura alcune prime linee di azione concrete. Sul piano della formazione è essenziale garantire un continuo aggiornamento degli imprenditori e dei suoi quadri dirigenti d’azienda. L’investimento in formazione e miglioramento delle conoscenze è spesso trascurato e invece costituisce una delle migliori ipoteche per il rinnovamento. In altre parole, si tratta di elevare il livello di conoscenza dell’imprenditore medio e di orientarlo verso alcuni temi prioritari che consentano un miglioramento complessivo della competitività delle imprese ma anche del sistema: dalla valorizzazione del prodotto sul mercato, all’ottimizzazione dei costi, all’apertura verso l’innovazione e verso nuovi mercati».
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