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Dalle banche prodotti su misura per le imprese

 

Confagri: «Più chiarezza negli aspetti patrimoniali e finanziari»

 
   

TAORMINA (28 marzo 2008) - Confagricoltura dal Forum “Il futuro fertile” di Taormina si rivolge direttamente alle banche, al mondo finanziario e assicurativo chiedendo «prodotti su misura per il settore agricolo». Il presidente dell’organizzazione agricola, Federico Vecchioni, ha posto l’attenzione sui temi del credito per gli imprenditori agricoli, sottolineando come l’aggregazione sia fisica che economica abbia consentito di migliorare la concentrazione delle produzioni. «Il 27% delle imprese – sottolinea Confagricoltura – su un totale di 1,8 milioni, rappresentano il 66% della produzione e il 71% del valore aggiunto con una occupazione del 90% del lavoro dipendente». «Oggi –  sottolinea in particolare

Confagricoltura
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Vecchioni – siamo di fronte ad una agricoltura sempre più specializzata che ha bisogno di strumenti mirati e innovativi. Un dato testimoniato dall’aumento del ricorso ai finanziamenti del 6,4%, a quota 35 miliardi nel 2007». Secondo Confagricoltura, sono da migliorare soprattutto i rapporti «tra banche e imprese agricole: finora – spiega Vecchioni – la concessione dei finanziamenti si è basata su garanzie legate al patrimonio fondiario più che alla potenzialità del reddito». A mancare, per Confagricoltura, sono «spesso le competenze specifiche in molti istituti bancari e nelle sedi territoriali, soprattutto quelle agricole. Le recenti aggregazioni di grandi gruppi bancari devono quindi tradursi in più servizi e prodotti per le imprese». Dal canto loro, le aziende agricole «dovranno attrezzarsi per presentare in modo chiaro i propri aspetti patrimoniali, economici e finanziari». E proprio in questa direzione Confagricoltura sta lavorando per arrivare alla definizione di un principio contabile ad hoc per il settore agricolo che possa essere utilizzato per fornire informazioni a banche ed enti pubblici con criteri omogenei e che rappresenti l’identikit dell’azienda. Da migliorare sono ancora i sistemi delle garanzie sul credito, così come servono anche «strumenti efficaci di tipo privatistico come i consorzi Fidi». «L’impresa agricola moderna – proseguie Vecchioni – ha bisogno anche di servizi assicurativi qualificati. Occorrono nuove forme d’intervento per attenuare i rischi commerciali e quelli atmosferici». In conclusione, per Confagricoltura, bisogna prevedere dei servizi assicurativi innovativi al giusto rapporto qualità prezzo per gli imprenditori, prevedendo strumenti specifici, ad esempio, «che tengano conto delle esigenze degli agricoltori non solo nell’ordinamento produttivo (dai cereali alla vite ai servizi e alle filiere non food), ma anche nella responsabilità civile che si estende a nuove esigenze al rischio per controversie legali».

Caro-prezzi Da subcommodities a supercommodities. Così le materie prime e i prodotti alimentari sono passati da un periodo in cui era data per acquisita la loro disponibilità a basso prezzo, a una fase in cui subiscono le stesse fluttuazioni di mercato di altre commodities, come oro ed energia. «In questo nuovo contesto – secondo Confagricoltura – diventa strategico sviluppare alleanze con tutte le componenti della catena agroalimentare senza accusarsi vicendevolmente, ma confrontandosi per costruire insieme soluzioni efficaci e lungimiranti». L’auspicio è stato formulato a Taormina nel corso del forum “Futuro fertile”. «Dalla metà del 2007 – ricorda Confagricoltura – il mercato delle materie prime agricole ha subito notevoli squilibri. Diverse le cause alla base di questa dinamica: dall’aumento della domanda rispetto all’offerta, che ha innescato rincari che hanno fatto toccare livelli record a molte merci, come frumento, soia e mais; al caro petrolio, che si ripercuote sui costi di produzione e distribuzione. E ancora: dai nuovi investimenti nelle colture agricole destinate alla produzione di energia, che potrebbe determinare il conflitto cibo-energia, facendo salire ancora i prezzi; fino alla crisi economica statunitense, che ha spostato ingenti capitali dalla borsa azionaria e dei fondi di investimenti sui mercati delle merci, aggiungendo volatilità a listini che sono tradizionalmente più stabili». In questo contesto globale, l’organizzazione degli imprenditori agricoli segnala che la situazione italiana non è isolata, ma trova analogie negli altri paesi. L’aumento dei prezzi (dicembre 2007 su dicembre 2006) è stato del 4,1%, inferiore a quello registrato nella media dei Paesi Ocse (+4,8%), e negli Usa (+5,6%), così come in Germania, Regno Unito e Spagna. L’andamento dei prezzi al consumo è poi diverso da quello dei prezzi all’origine. Gli ultimi dati relativi all’Italia (febbraio 2008) evidenziano un aumento, rispetto al gennaio 2008, dei prezzi degli alimentari al consumo dello 0,5%. Viceversa, i prezzi all’origine dei prodotti agricoli calano del 2,2%, sempre rispetto al mese precedente. Con punte di -7,35% per la frutta fresca, -19,76% per gli ortaggi e -11,73% per le carni avicole. Anche per il latte e i prodotti lattiero-caseari, con i cereali al centro delle attenzioni dei media, si registra una riduzione su base mensile, dello 0,63%. Non va però trascurato che l’aumento su base annua dei prezzi all’origine (febbraio 2008 rispetto a febbraio 2007) è di quasi il 20%; determinato soprattutto dal forte incremento su base tendenziale per i cereali (+69,97% rispetto a febbraio 2007), sulla scia degli andamenti internazionali dei mercati. Confagricoltura fa comunque notare che, in generale, gli alimentari sono aumentati meno di altri beni, come acqua, elettricità, combustibili e servizi. Quello che spesso non si dice, a parere dell’organizzazione agricola, è che si va affermando un modello agroalimentare di qualità diffusa del made in Italy, che fa del rapporto qualità/prezzo il proprio punto di forza. Prodotti che garantiscono consumi d’elevato livello pur con una notevole convenienza per il consumatore; perchè l’offerta che è garantita è sempre abbondantemente proporzionale alla spesa che si richiede di sostenere. «Non si parla delle punte di eccellenza o delle nicchie di prodotti, che pure caratterizzano alcune sfaccettature dell’agroalimentare italiano, e che si collocano su standard elevatissimi e su mercati di vera elite, ma – sottolinea Confagricoltura – siamo di fronte a un modello intermedio che trova nel consumatore una precisa motivazione: una ricerca della qualità a tutti i livelli di prezzo e un sistema produttivo che è in grado di soddisfare questa richiesta a livelli ancora soddisfacenti di costo». In questo contesto lo sviluppo di alleanze tra tutte le componenti della filiera e del sistema dell’agroalimentare italiano diventa una necessità.

L'eat-parade degli italiani La pastasciutta sale, il riso e le zuppe anche, il pane rimane costante mentre calano pizza e focaccia; non meglio il pesce e i crostacei a fronte invece di una crescita della carne, specie quella di manzo e vitello: sono le preferenze dei consumatori italiani in fatto di cibo, fotografate da una ricerca Gpf, condotta su un campione di 2.500 persone, e illustrata a “Futuro Fertile”, il Forum di Confagricoltura, di scena a Taormina. Dalla ricerca emerge un vero e proprio “borsino” dei cibi preferiti da parte dei consumatori del Bel Paese negli ultimi anni: è così che si scopre che la pastasciutta, sia essa di semola che di uovo, è al primo posto nella “hit parade” degli italiani, con il 46,9% delle preferenze nel 2007 e in crescita sul 37,9% del 2005. Consensi anche per le lasagne e le varie tipologia di pasta ripiena che, però, nel biennio di riferimento, registrano un leggero arretramento, passando dal 15,3% al 14,2%. Restando tra i primi piatti bene anche il riso, a quota 5% e in aumento sul 3,4% della precedente rilevazione, e le zuppe (2,5% contro 1,9%). Costante il pane con una media dell’1,5%, mentre “crollano” pizza e focacce passate dal 14,1% delle preferenze nel 2005 all’8,7% nei due anni successivi. In calo anche gli insaccati (1,2% a fronte del 2,1%), le verdure e i legumi (1,9% contro il 3,2%) e, soprattutto, il pesce e i crostacei che, in due anni, hanno perso quote passando dal 7,4% al 5,6%. In crescita invece le carni che si attestano al 6,1% contro il 4,8% del passato.

Sette punti per il rilancio Dare all’agricoltura un ruolo centrale nell’agenda di Governo. Dal Forum ‘Futuro fertile’, aperto ieri a Taormina, Confagricoltura propone le linee programmatiche per il rilancio del settore primario: sette punti per “orientare positivamente lo sviluppo del settore agricolo”. «Confagricoltura è consapevole del ruolo che la vera impresa può e deve esercitare in Italia – ha detto il presidente Federico Vecchioni – e per questo richiama la politica alle sue responsabilità e rimarca l’esigenza che le decisioni che riguardano l’agroalimentare occupino un posto di rilievo nell’agenda del Governo».
Gli strumenti sui quali orientare il futuro, secondo l’organizzazione, sono essenzialmente sette:
1) Stabilità fiscale Quando nel prossimo anno si ripresenterà il problema della scadenza delle norme che determinano le aliquote ridotte per l’Irap, per gli acquisti dei terreni e l’impiego del carburante agricolo, secondo Confagricoltura occorrerà assicurare una stabilizzazione definitiva.
2) Politiche del lavoro Per Confagricoltura occorre continuare sulla strada di una maggiore semplificazione, contrastando il lavoro irregolare e sommerso, offrendo opportunità di adeguata formazione professionale, senza perdere di vista il tema della sostenibilità degli oneri previdenziali. Il regime per i lavori occasionali (voucher), introdotto solo per le vendemmie, va estesa a tutte le attività lavorative stagionali.
3) Sburocratizzazione Un intervento a tutto tondo sugli adempimenti cui sono chiamati gli imprenditori è, per Confagricoltura, ineludibile poiché oltre cento giorni l’anno della loro attività, circa due giorni a settimana, sono dedicati a defatiganti, e costose, procedure.
4) Ricerca e innovazione Sono elementi essenziali per la crescita delle imprese. L’applicazione delle biotecnologie non deve rappresentare un terreno di scontro ma di confronto tecnico-scientifico.
5) Politica energetica Lo sviluppo dell’uso delle fonti rinnovabili va incentivato, sia per gli effetti produttivi diretti, sia per quelli sull’ambiente. Oltre alla definizione di strumenti agevolativi, efficaci e mirati alla realtà del settore, il quadro normativo attuale va completato per renderlo concretamente applicabile.
6) Risorse idriche Occorrono: un piano di opere irrigue, con la creazione di un sistema di nuovi invasi; il rinnovamento dei sistemi irrigui; la pianificazione dell’utilizzo delle risorse; sistemi di supporto per valutare i fabbisogni.
7) Sicurezza Le imprese agricole, particolarmente nel Mezzogiorno, sono esposte più di altre alle intimidazioni e alle violenze della malavita, senza un’adeguata possibilità di prevenzione e di contrasto. Il rafforzamento di una capillare presenza territoriale delle forze dell’ordine, con il supporto delle più sofisticate tecnologie di controllo satellitare è condizione imprescindibile per lo sviluppo di imprese sane e correttamente competitive.
 
Censis Dominare i cambiamenti di mercato e non subirli: è la parola d’ordine di 150 imprese leader dell’agroalimentare italiano, associate in Confagricoltura, prese a campione da una ricerca del Censis. Secondo la ricerca, le parole chiave delle imprese che crescono e che fanno da volano all’agricoltura di domani sono: mercato, gestione, capitale umano, distribuzione, verticalizzazione e politiche di marchio. Grande importanza è data dalle imprese intervistate all’espansione delle quote di mercato sui nuovi mercati internazionali: il 69% delle imprese vitivinicole e oleicole e il 48% delle imprese ortofrutticole e florovivaistiche, oltre ad una quota minore di imprese di seminativi e zootecnia, sono attivamente impegnate nell’export. Per quanto riguarda i canali di vendita, il ricorso alle industrie di trasformazione (60% delle aziende) è più gradito della vendita diretta, pur largamente praticata (63,3%) e ai rapporti con le reti di distribuzione. Mentre il canale più apprezzato dai produttori è quello che passa attraverso consorzi e reti tra i produttori. Ma la trasformazione della materia prima agricola ha comunque una particolare rilevanza. Solo il 13% delle aziende intervistate commercializza il prodotto senza trasformazioni successive: il 41% delle imprese lo trasforma direttamente (il 65% nel caso della trasformazione oleicola e vitivinicola ed oltre il 50% per i prodotti ortofrutticoli e florovivaistici).

Federalimentare Quando le crisi si prolungano, le conseguenze si aggravano. È quanto sta succedendo sul fronte dell’approvvigionamento di materie prime agricole: un fronte aperto all’inizio dell’estate scorsa e che non accenna ad allentare la morsa. In occasione del Forum di Taormina della Confagricoltura, Federalimentare ribadisce, ancora una volta, l’importanza del rapporto industria-agricoltura (l’industria alimentare italiana trasforma infatti il 70% della produzione agricola nazionale). In una situazione di mercato interno flettente, le aziende non riescono a scaricare per intero i maggiori costi di produzione. Le conseguenze sulla competitività e sulla sopravvivenza stessa dell’industria alimentare italiana rischiano così di farsi pesanti. Ne esce, in base ai calcoli e alle proiezioni effettuate da Federalimentare e Ismea, una forte vulnerabilità del 22-23% del fatturato medio del settore. Ben 8 aziende alimentari su 10 – soprattutto piccole e medie – sarebbero a rischio. Nell’alternanza di fattori strutturali ed elementi congiunturali, il futuro della filiera agroindustriale si gioca attorno a una manciata di elementi di fatto “globalizzati”: una revisione più o meno radicale della Politica agricola comune, gli effetti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura, la disponibilità e i prezzi delle principali materie prime, la crescente richiesta di prodotti agricoli da parte dei Paesi in via di sviluppo, il maggiore ricorso ai bio-carburanti in risposta all’aumento del costo dei prodotti energetici.
Proprio in materia di biocarburanti, Federalimentare fa proprie le preoccupazioni espresse dal presidente di Nestlé, Peter Brabeck, il quale teme che il crescente ricorso ai raccolti alimentari per produrre biocarburanti possa mettere a rischio le forniture di cibo mondiali e le risorse idriche: per produrre un litro di biodiesel infatti occorrono l’equivalente di circa 4000 litri di acqua ed un ettaro di terra. Per ciò che riguarda il petrolio, il cui costo costituisce l’ago della bilancia per determinare il prezzo dei prodotti energetici (combustibili, lubrificanti, energia elettrica), dopo i picchi oltre i 100 dollari a barile raggiunti di recente, si prevede un assestamento negli anni successivi, restando comunque a livelli medio-alti. Allo stesso modo cresceranno in maniera sostenuta i prezzi di fertilizzanti e concimi. Infine, effetti di trascinamento dell’impennata dei prezzi dei cereali sono attesi anche per i semi oleosi, e attraverso i mangimi, per i listini dei prodotti zootecnici. «La soluzione – come dice il consigliere incaricato di Federalimentare per l’Ambiente e l’Agricoltura, Luigi Scordamaglia ­– deve essere equilibrata, senza generare ulteriori tensioni sui prezzi. Una cosa è certa – aggiunge – il primato delle quantità prodotte, della food security (inteso come garanzia di livello minimo di autoapprovvigionamento) acquista centralità rispetto a ogni altra considerazione». Secondo il consigliere di Federalimentare, «le varie teorie Pac delle multifunzionalità, dei “secondi pilastri” e del “piccolo ma buono”, se esasperate perdono peso di fronte a queste esigenze primarie. La multifunzionalità se slegata dalla produzione diventa un’astrazione fragile che rischia di diventare solo retorica in assenza di una produzione alimentare europea. Non fa il bene né del consumatore né del Paese chi pensa che l’unico futuro per i nostri qualificati e professionali imprenditori agricoli debba essere soltanto quello di trasformarsi in venditori ambulanti di mercati locali o in operatori ecologici». In conclusione senza una netta e concreta inversione di rotta, l’industria alimentare italiana e con essa tutta la filiera agroalimentare italiana, appesantita da queste dinamiche e da inutili e fuorvianti contrapposizioni ideologiche, dopo il buon passo mantenuto negli anni scorsi, rischia di crescere a ritmi meno sostenuti rispetto alle altre industrie e ai servizi. Un primo campanello di allarme si è già fatto sentire in chiusura del 2007, con un calo di produzione del -0,6% a parità di giornate lavorative: un segnale senza precedenti per un settore a consumi rigidi e anticiclico come l’alimentare.

 

 

 
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