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Dall’acquacoltura il 43% del pesce che mangiamo

 

Intanto Greenpeace avverte: «La coltura è spesso inquinante»

 
   

ROMA (29 gennaio 2008) - L’acquacoltura, comparto della produzione alimentare di origine animale con il maggior incremento, fornisce il 43% del pesce per uso alimentare. Cresce dal 1970 con un ritmo dell’8,8% l’anno e negli ultimi sei anni la produzione mondiale, secondo la Fao è passata da 35,5 a 47,8 milioni di tonnellate. Sono questi i dati che emergono dal Rapporto elaborato da Greenpeace Research Laboratories (University of Exeter, UK) presentato al Seafood Summit 2008, la fiera mondiale dell’acquacoltura svoltasi a Barcellona. Oltre a fotografare il settore, il Rapporto mette in guardia dai rischi dei metodi attualmente utilizzati, indicando i principali problemi e alcune soluzioni, affinché

Acquacoltura
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l’acquacoltura «si caratterizzi come un sistema di produzione a misura d’uomo». «Oggi l’acquacoltura non è la panacea per risolvere la diminuzione dei rifornimenti di pesce causati dalla pesca eccessiva – spiega il responsabile della campagna Mare di Greenpeace, Alessandro Giannì, – spesso causa inquinamento, usa sostanze chimiche e farmaceutiche pericolose e viola i diritti umani, compresa la sicurezza dei lavoratori». Un problema particolarmente grave, secondo Greenpeace è la dipendenza dalla farina di pesce per nutrire soprattutto specie pregiate per i mercati “di lusso”. Per un chilo di pesce d’acquacoltura occorrono mediamente tra 2,5 e 5 kg di pesce trasformato in farina o olio, mentre per far ingrassare di un chilo un tonno in uno degli impianti del Mediterraneo servono 20 kg di pesce scongelato. L’acquacoltura spesso quindi inasprisce il problema della pesca eccessiva che, in teoria, dovrebbe risolvere.

 

 

 
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