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Prezzi, al Sud la spesa è più conveniente

 

Secondo un ’analisi del Sole 24 Ore Venezia e Aosta sono le più care

 
   

ROMA (18 febbraio 2008) - Spesa alimentare più cara al Nord e più conveniente al Sud. È quanto emerge da un’analisi, pubblicata oggi dal Sole 24 Ore, su dati degli uffici comunali di statistica (diffusi dall’Istat ed elaborati dal Ref per conto di Unioncamere). «La graduatoria dei capoluoghi sui prezzi dei generi alimentari – si legge sul quotidiano economico-finanziario – é guidata da Venezia e Aosta dove è mediamente più cara del 13-14% rispetto alla media nazionale, seguite da Genova e Trieste (rispettivamente +12% e +10% rispetto alla media nazionale). Tra le città meno care d’Italia ci sono, invece, Bari e Napoli. Un’analisi dei rincari dell’ultimo decennio mette in evidenza che a crescere di più sono state assicurazioni e banche.

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Tornando alla spesa alimentare, «nella grande distribuzione – rileva il Sole 24 Ore – lo stesso paniere di beni viene venduto a seconda delle località con differenze anche del 30%». Aosta, dunque, è il capoluogo italiano dove la pasta di semola di grano duro costa mediamente di più e la città si colloca al secondo posto nella graduatoria sulla spesa alimentare più salata. Infatti, Aosta è più cara del 13,2% alla media nazionale, inferiore solo rispetto a Venezia (18%). Il capoluogo valdostano ha, inoltre, il primato assoluto del costo della pasta: 1,86 euro al chilo contro lo 0,98 euro al chilo di Trento. In generale, un chilo di pane e di pasta, un litro di latte e di olio extravergine di oliva ad Aosta vengono pagati 12,22 euro, contro i 9,35 di Perugia, che è il capoluogo di Regione meno dispendioso. Nella vicina Torino lo stesso paniere ha un costo di 11,38 euro.
Intanto, da uno studio della Coldiretti viene fuori che «oltre la metà dei soldi spesi nell’acquisto di un alimento sono destinati al commercio e ai servizi; questa è la ragione della forte variabilità dei prezzi tra le diverse città per prodotti di base come pane, latte, pasta ed extravergine». Secondo l’analisi dell’organizzazione agricola «dei circa 467 euro al mese che ogni famiglia destina per gli acquisti di alimenti e bevande, oltre la metà, per un valore di ben 238 Euro (51%), va al commercio e ai servizi, 140 (30%) all’industria alimentare e solo 89 (19%) alle imprese agricole». Una tendenza che tende ad accentuarsi nel tempo con l’ampliarsi della forbice dei prezzi tra produzione agricola e consumo. «A dimostrare che – sottolinea la Coldiretti – eventuali variazioni dei prezzi alla produzione agricola hanno effetti molto limitati sui prezzi al consumo che dipendono principalmente da altri fattori come i servizi di trasporto e la distribuzione commerciale. D’altra parte, l’esperienza del passato dimostra che alla diminuzione delle materie prime agricole non fa seguito una diminuzione dei prezzi al dettaglio che invece, come benzina e gasolio, tendono sempre ad aumentare». Per favorire il contenimento dei prezzi è quindi necessario, secondo la Coldiretti, «lavorare per rendere più chiaro e diretto il percorso del prodotto con l’etichetta di provenienza, ma anche intervenire sulle filiere inefficienti. Nella insostenibile forbice tra prezzi alla produzione e al consumo c’è – conclude la Coldiretti – sufficiente margine per garantire una adeguata remunerazione agli allevatori e per non aggravare i bilanci delle famiglie».

 

 

 
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