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Ecco la top ten dei cibi che “sprecano” più energia

 

Secondo Coldiretti il made in Italy frena l'effetto serra

 
   

ROMA (17 aprile 2008) - Vino australiano, prugne cilene e carne argentina salgono nell’ordine sul podio della top ten dei cibi che sprecano energia e contribuiscono all’emissione di gas a effetto serra a causa dei trasporti che subiscono per arrivare in Italia. La speciale classifica è stata stilata dalla Coldiretti dal Forum Internazionale sull’energia di Venezia realizzato con la collaborazione dello studio Ambrosetti per evidenziare come anche un comportamento di acquisto responsabile possa contribuire alla riduzione dell’inquinamento e al risparmio energetico, dopo il record fatto segnare dai prezzi del petrolio. «Si tratta di tre prodotti che devono percorrere distanze nettamente superiori ai diecimila

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chilometri prima di giungere sulle tavole e che – si legge in una nota di Coldiretti – possono peraltro essere convenientemente sostituiti da ben più valide alternative offerte dalla produzione nazionale. Se la produzione di vino made in Italy è destinata per quasi il 60% ai 469 vini nazionali Doc, Docg e Igt, l’Italia ha il primato europeo nella quantità, varietà e sanità dell’ortofrutta mentre per la carne c’è quella proveniente dalle prestigiose razze storiche italiane come la Chianina, dalla quale si ottiene la fiorentina. Nella classifica dei prodotti ‘da evitarè per un comportamento ambientalmente sostenibile la Coldiretti ha anche inserito nell’ordine: il mango del Perù, l’anguria da Panama, la carne dal Brasile, l’aglio dalla Cina, l’uva da tavola dal Sud Africa, i meloni da Guadalupe e il riso dagli Usa. Per alcuni di questi prodotti - riferisce la Coldiretti - sono stati rilevati anche problemi di carattere sanitario come nel caso della carne proveniente dal Brasile per la quale la stessa Commissione europea è intervenuta per limitare le importazioni perchè non soddisfa i requisiti sanitari dell’Unione, mentre sull’aglio che viene dalla Cina pesano tutte le perplessità provocate dalle emergenze sanitarie che si sono verificate per gli alimenti provenienti da quel paese. E per gli altri non ci sono motivazioni che ne giustificano la scelta anche considerando il fatto che acquistare quelli italiani durante la stagione produttiva garantisce maggiore risparmio e freschezza». Secondo la Coldiretti, «consumando prodotti locali e di stagione e facendo attenzione agli imballaggi, una famiglia può arrivare ad abbattere fino a 1000 chili di anidride carbonica l’anno. È stato infatti calcolato che il vino dall’Australia per giungere sulle tavole italiane deve percorre oltre 16 mila chilometri con un consumo di 9,4 chili di petrolio e l’emissione di 29,3 chili di anidride carbonica mentre le prugne dal Cile che devono volare 12 mila chilometri con un consumo di 7,1 chilogrammi di petrolio che liberano 22 chili di anidride carbonica e la carne argentina viaggia per undicimila bruciando 6,7 chili di petrolio e liberando 20,8 chili di anidride carbonica attraverso il trasporto con mezzi aerei. A livello globale è stimato che un pasto medio percorre più di 1.900 chilometri per camion, nave e/o aeroplano prima di arrivare sulla vostra tavola e spesso ci vuole più energia per portare il pasto al consumatore di quanto il pasto stesso provveda in termini nutrizionali, senza contare gli effetti sull’atmosfera e sui cambiamenti climatici provocati dall’emissione di gas ed effetto serra. All’estero la sensibilità di alcune catene della grande distribuzione commerciale europee nel cogliere i cambiamenti nel comportamenti dei consumatori ha già portato in alcuni casi alla scelta di dedicare ampi spazi sugli scaffali a prodotti locali del territorio o a segnalare all’opposto, con particolari accorgimenti, i prodotti provenienti da Paesi lontani con rilevanti costi ambientali».

 

 

 
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