ricerca condotta da Nomisma e presentata a Lecce in occasione del V Forum Giovani Imprenditori di Federalimentare, “Sistema Italia: nutrire una speranza?”.
In numeri dell’Italia a tavola hanno fatto registrare nel 2006 un fatturato di 110 miliardi di euro, di cui 17,7 solo per le esportazioni. Il nostro Paese si è così posizionato sul podio dell’industria alimentare Ue, dopo Francia e Germania, e al settimo posto nella classifica dell’export mondiale, dopo Usa, Paesi Bassi, Francia, Germania, Spagna e Belgio. Secondo l’indagine, però, la penetrazione commerciale nei Paesi emergenti (Cina, India, Europa dell’Est) non è ancora abbastanza aggressiva, mentre sui mercati consolidati il maggior punto debole rimane la contraffazione dei prodotti. Cina, India, Europa dell’Est, ma anche America Latina, restano comunque i mercati a più alto potenziale di crescita. In Cina, ad esempio, le importazioni alimentari sono cresciute negli ultimi 5 anni del 134%, a fronte di una crescita della quota italiana dello 0,1%. Stesso discorso per India (crescita import 179%, quota italiana invariata), Russia (crescita import 101%, quota italiana +0,5%) e Brasile (crescita import 116%, quota italiana -0,5%), ma anche per Paesi come Sud Africa (crescita import 130%, quota italiana +0,6%) e Turchia (crescita import 160%,quota italiana +0,1%). Per quanto riguarda i mercati consolidati, il problema maggiore riguarda invece la contraffazione. In particolare negli Stati Uniti gli alimenti “italian sounding” muovono un giro d’affari di 16.206 milioni di dollari: il 70% delle contraffazioni avviene tramite riferimento a nomi o prodotti italiani, mentre il 30% riguarda l’imitazione delle Indicazioni geografiche. Un problema di non poco conto, considerando soprattutto il fatto che proprio sul mercato Nord-Americano l’Italia abbia registrato negli ultimi 5 anni i migliori risultati in termini di evoluzione della propria quota di mercato, nonostante la crescita del potere d’acquisto dell’euro sul dollaro.