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Le cinque chiavi dell’agricoltura di domani

 

Clima, agroenergia e Pac tra le priorità per dare nuova linfa al settore

     

ROMA (10 ottobre 2007) - Il futuro del settore agroalimentare sarà deciso dai Big Five, i cinque fattori chiave il cui esito positivo sarà indispensabile per il buon andamento dell’agroindustria. Lo afferma il rapporto Ismea-Federalimentare, che precisa: «La disponibilità e il prezzo delle principali materie prime agricole indispensabili per la fase di trasformazione dei prodotti alimentari sono variabili che risultano dagli effetti di cinque importanti fattori e della loro evoluzione, ipotizzabile, da qui al 2015».

Agricoltura di domani
 
 
 
 
 
 
 
 

Effetti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura Dal 1861 a oggi la temperatura del pianeta è aumentata di circa 0,6°. Mentre dal 1990 al 2100, soprattutto per effetto delle emissioni di gas serra, si ritiene che vi sarà un ulteriore innalzamento compreso tra 1,4° e 5,9°. È facilmente immaginabile l’impatto che questa tendenza avrà sull’agricoltura: dalla calo della disponibilità di acqua al crescente fabbisogno energetico (per riscaldare o raffreddare certe fasi di coltivazione e produttive). Da qui al 2015, con il perdurare delle difficili condizioni climatiche sperimentate nel corso degli ultimi mesi, è ipotizzabile un effetto di riduzione delle rese pari a circa lo 0,8% medio annuo per le coltivazioni non irrigue (frumento duro, foraggi in asciutta, patate, tabacchi, canapa, lino, cotone, vite, olio, silvicoltura) e dello 0,4% per tutte le altre colture, gli allevamenti e la pesca: una riduzione compresa tra il 4% e l’8% complessivo, con gli effetti immaginabili sulla disponibilità (e sul prezzo) delle principali materie prime.

Costo dell’energia e diffusione dei biocarburanti Per uscire dalla morsa della dipendenza dai crescenti costi di petrolio ed energia elettrica si va sempre più diffondendo il ricorso alla produzione dei biocarburanti. Il bioetanolo si ricava da colture zuccherine e amidacee, soprattutto in Brasile, Stati Uniti e Cina, mentre il biodiesel, ottenuto da semi oleosi viene coltivato soprattutto in Europa, leader mondiale nel settore. Ma quali sono le prospettive in questo ambito? In un solo anno (2006, rispetto al 2005) si è verificato un ritmo di crescita del +53% per il biodieesel e del +71% per il bioetanolo. In particolare, in Italia oggi vengono prodotte circa 549 mila tonnellate di biocarburanti: 102 mila di bioetanolo e 447 mila di biodiesel, con una crescita del 35% circa rispetto al 2005 (circa 400 tonnellate complessive). La Ue conta di conquistare entro il 2020 una quota delle vendite di biocarburanti pari addirittura al 10% del totale dei fabbisogni di carburanti. Però, stimando il fabbisogno di terreni indispensabile per raggiungere entro il 2010 la quota di conversione prevista dalla normativa europea e contenuta anche nella Finanziaria 2007, si scopre che sarebbe necessario convertire a questo tipo di produzioni ben 1,9 milioni di ettari. Una crescita di circa il 500%, visto che oggi partiamo da una superficie di circa 360 mila ettari. Questo significa che dovranno esserci alcuni ridimensionamenti in altri comparti colturali.

La fame alimentare da parte delle economie emergenti Ogni anno si stima che vi saranno circa 118 milioni di bocche in più da sfamare sulla terra. Il maggiore benessere derivato dalla crescita dei Pil nazionali si trasforma, immediatamente, in una lievitazione delle importazioni (in Cina e in India sono cresciute di circa il 10% annuo) di cereali, latte in polvere, formaggi, pollame, carni suine, oli vegetali. E, nel medio periodo, anche di alimenti per l’alimentazione animale. Queste tendenze, se nel lungo periodo produrranno un’autonoma organizzazione dei cicli produttivi da parte di questi Paesi, ancora per diversi anni si tradurranno in una situazione di stress sul lato della richiesta mondiale di materie prime agricole e prodotti alimentari, producendo effetti di lievitazione dei prezzi e di maggiore impatto in termini ambientali, anche in relazione al maggiore fabbisogno energetico.

Revisione della politica agricola comune Nel 2008 è prevista la cosiddetta “verifica dello stato di salute della Pac”, mentre nel 2009 ci sarà la revisione del sistema finanziario della Comunità. Ci saranno aggiustamenti in corsa e, forse, una vera e propria revisione degli attuali equilibri. In ogni caso, le decisioni che verranno prese incideranno in maniera significativa sul futuro del sistema agroalimentare europeo. L’operazione non sarà semplice anche perché a differenza della precedente Revisione di medio termine (2003), il prossimo check dovrà mettere d’accordo 27 stati membri.

Invecchiamento del management delle imprese agroalimentari I giovani al di sotto dei 35 anni occupati nel settore agroalimentare, in Europa, sono circa 3 milioni, il 25% del totale, contro il 36% dell’industria e il 35% dei servizi, mentre in Italia non arrivano al 22%. Sono pochissimi i titolari d’impresa al di sotto dei 35 anni. Nella Ue-15 sono circa 430 mila, in Italia sono appena il 3,5% del totale. Mentre i capi azienda in età pensionabile (over 65 anni) sono addirittura, sempre in Italia, il 41,4%. Nel periodo 1990-2005 gli imprenditori ultra 65enni del settore agroalimentare sono aumentati di 10 punti percentuali (passando dal 31% al 41%) a scapito delle giovani generazioni. I giovani scelgono questa professione con crescente disagio soprattutto per fattori di tipo economico (scarsa remuneratività del lavoro), e tra dieci anni la situazione sarà ancora peggiore. Nel 2015 i capi azienda in età pensionabile saranno circa la metà e l’incidenza delle classi giovani (meno di 35 e tra i 35 e i 54 anni) scenderanno al di sotto del 32%. L’offerta di prodotti agroalimentari ne risentirà, lasciando sempre meno spazio all’innovazione, alla specializzazione e alle attività tipiche delle imprese oggi dirette dai giovani.

 
   
   
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