regioni del Mezzogiorno (+2%). L’analisi per zone altimetriche conferma che la parziale flessione riguarda soprattutto le zone della pianura padana dove i prezzi avevano raggiunto livelli molto alti negli ultimi anni e, quindi, ora sembrano risentire per prime del rallentamento delle attività di compravendita. «Il confronto con il tasso di inflazione – si legge in una nota dell’Inea – evidenzia per il secondo anno consecutivo una contrazione dei valori in termini reali. A livello nazionale, il prezzo medio della terra continua a presentare valori inferiori a quelli registrati all’inizio degli anni novanta, ma il dato nazionale nasconde un netto divario tra alcune regioni del nord e del centro in cui il prezzo in termini reali è aumentato del 10-30% e le regioni meridionali dove il prezzo è inferiore del 10-35% rispetto al 1990». La differenziazione in termini geografici del prezzo della terra è confermata dall’analisi comparativa dei prezzi: a fronte di valori medi superiori ai 30-40.000 euro per ettaro rilevati nella pianura padana, vi sono zone pianeggianti del Centro-Sud che presentano valori medi compresi tra i 15.000 e i 25.000 euro per ettaro. Si discostano dalla media le aree particolarmente adatte a colture specializzate di pregio, come i vigneti, o anche ortaggi in zone molto circoscritte. In questi casi il valore della terra supera, a volte largamente, i 100.000 euro per ettaro. «Gli operatori del settore – sottolineano dall’Inea –sembrano abbastanza concordi nel descrivere un’attività di scambio abbastanza contenuta e un clima di attesa, sia da parte dei potenziali venditori che dagli acquirenti, soprattutto extragricoli che valutano l’investimento fondiario rispetto a possibili alternative in altri mercati dei capitali. Gli effetti della riforma della Pac e la crisi dei redditi agricoli sono segnalati come fattori determinanti interni al settore, mentre il generale raffreddamento del mercato immobiliare, contestuale alla ripresa dei mercati azionari, è indicato tra i fattori esogeni». In particolare, la riforma della Pac ha generato una certa difficoltà a valutare le opzioni di investimento fondiario in un orizzonte temporale di lungo termine, ma non si segnalano variazioni rilevanti dei prezzi come sta avvenendo nel mercato degli affitti. «La maggior parte degli acquisti riguarda agricoltori che cercano di aumentare la dimensione aziendale, mentre l’offerta è rappresentata da agricoltori anziani o part-time che non hanno intenzione di proseguire l’attività e non hanno eredi disposti a sostituirli – conclude la nota –. Nelle zone più fertili la domanda solitamente è superiore all’offerta ma a causa del clima di incertezza sembrano aumentare le segnalazioni di una sorta di equilibrio tra domanda e offerta con conseguente riduzione del numero di scambi. Nelle aree più marginali, invece, non è raro che l’offerta sia superiore alla domanda a causa delle difficoltà economiche in cui si dibattono le aziende agricole, le cui prospettive sono sempre più legate agli interventi finanziari della politiche per lo sviluppo rurale».