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Filiera della pasta, la proposta di legge non piace    

Dalla Unipi critiche sull’applicazione del marchio di tutela

 
   

ROMA (29 novembre 2007) - Dure critiche dall’Unione industriali pastai italiani sulla proposta di legge per la tutela della filiera della pasta attualmente al vaglio della commissione Agricoltura della Camera. L’associazione di categoria, che rappresenta l’80% della produzione complessiva del settore, ha presentato un documento nel quale avanza una serie di critiche che mettono in discussione l’opportunità stessa della proposta di legge. In primo luogo è stata evidenziata l’incompatibilità del testo con la normativa comunitaria, considerando che la Commissione ha già avanzato un parere contrario nell’ottobre 2005 su un ddl analogo, intitolato “norme per la riconoscibilità e la tutela dei prodotti italiani”. Una

Filiera della pasta, la proposta di legge non piace
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norma che avrebbe istituito il marchio "Cento per cento Italia”. «L’apposizione di marchi nazionali di qualità legati all’appartenenza geografica sono considerati – spiega l’Unipi – misure equivalenti a restrizioni quantitative e quindi contrarie alle norme del mercato comunitario». La contestazione dell’Unione pastai riguarda anche l’applicabilità al prodotto pasta delle procedure per il riconoscimento dei marchi Dop e Igp, indicati nel testo della proposta tra i requisiti per l’attribuzione del nuovo marchio di qualità. «Al limite – osserva l’organizzazione – è ipotizzabile il riferimento all’Igp, ma solo in presenza di qualificanti elementi distintivi, tipici e unici della zona di produzione». Un altro problema è quello dell’origine dei grani: la produzione di grano duro italiano, infatti, non è sufficiente a coprire il fabbisogno dell’industria della pastificazione. «Sono proprio le importazioni – continua l’Unipi – a garantire la qualità e a gestire la variabilità qualitativa della produzione interna, al fine di assicurare la costanza delle caratteristiche qualitative del prodotto finito». L’ultimo nodo è sul fondo di filiera. «Considerata l’evoluzione dei prezzi delle materie prime – conclude l’Unipi – con le conseguenti ricadute sui costi di produzione delle paste alimentari, non è certamente ipotizzabile un onere aggiuntivo che andrebbe a gravare ulteriormente sull’industria della pastificazione. Sarebbero inevitabili i riflessi sul prezzo finale e sulla competitività del prodotto nei mercati internazionali dove, com’è noto, l’esportazione di paste italiane ha raggiunto il 53% della produzione totale».

 

 

 
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