norma che avrebbe istituito il marchio "Cento per cento Italia”. «L’apposizione di marchi nazionali di qualità legati all’appartenenza geografica sono considerati – spiega l’Unipi – misure equivalenti a restrizioni quantitative e quindi contrarie alle norme del mercato comunitario». La contestazione dell’Unione pastai riguarda anche l’applicabilità al prodotto pasta delle procedure per il riconoscimento dei marchi Dop e Igp, indicati nel testo della proposta tra i requisiti per l’attribuzione del nuovo marchio di qualità. «Al limite – osserva l’organizzazione – è ipotizzabile il riferimento all’Igp, ma solo in presenza di qualificanti elementi distintivi, tipici e unici della zona di produzione». Un altro problema è quello dell’origine dei grani: la produzione di grano duro italiano, infatti, non è sufficiente a coprire il fabbisogno dell’industria della pastificazione. «Sono proprio le importazioni – continua l’Unipi – a garantire la qualità e a gestire la variabilità qualitativa della produzione interna, al fine di assicurare la costanza delle caratteristiche qualitative del prodotto finito». L’ultimo nodo è sul fondo di filiera. «Considerata l’evoluzione dei prezzi delle materie prime – conclude l’Unipi – con le conseguenti ricadute sui costi di produzione delle paste alimentari, non è certamente ipotizzabile un onere aggiuntivo che andrebbe a gravare ulteriormente sull’industria della pastificazione. Sarebbero inevitabili i riflessi sul prezzo finale e sulla competitività del prodotto nei mercati internazionali dove, com’è noto, l’esportazione di paste italiane ha raggiunto il 53% della produzione totale».