imprenditori. Nelle ultime settimane centinaia di aziende agricole si sono trovate a spendere cifre importanti per garantire un’adeguata concimazione del terreno, senza la quale le piante non arriverebbero a maturazione o comunque a garantire prodotti di qualità». I concimi più usati in agricoltura sono i concimi azotati, derivati dal petrolio. Il
loro costo quindi è strettamente legato alle quotazioni del petrolio, tanto che l’impennata dei listini delle ultime settimane ha provocato un aumento del 25%. «Oggi un quintale di urea costa 40 euro rispetto ai 33 di un paio di mesi fa – sottolinea Luchetta – e uno di nitrato ammonico costa 27 euro contro i 22 precedenti». Ma è aumentato il prezzo di altri importanti concimi, derivati dai minerari, come il perfosfato e il cloruro di potassio. I maggiori costi di estrazione delle materie prime hanno determinato un rincaro di oltre il 20%. Per concimare un ettaro di mais, servono almeno quattro quintali di urea, due e mezzo di cloruro di potassio e altrettanti di perfosfato: costo complessivo circa 340 euro contro i 270 di qualche mese fa. Almeno 70 euro in più per ettaro. E questo è solo un esempio. «Il caro petrolio – ricorda Coldiretti Padova – sta mettendo in seria difficoltà numerose imprese agricole, costrette a subire i rincari dei carburanti per trazione e riscaldamento e ora anche quelli di derivati come i concimi. Per questo è necessario spingere sull’acceleratore delle energie alternative mettendo le aziende agricole nelle condizioni di prodursi in casa buona parte del fabbisogno energetico attraverso impianti di cogenereazione, di biomasse e biogas, che sfruttano in particolare scarti organici di fonti rinnovabili». «Quanto ai concimi – aggiunge Luchetta – c’è la possibilità di fare ricorso a quelli organici, anche se un apporto di concime chimico è comunque indispensabile per garantire al terreno il fabbisogno di sostanze e minerali necessari. Mentre i cittadini consumatori devono fare i conti con continui rincari e stangate, dal pane alla benzina, è giusto non dimenticare che da due mesi il prezzo del grano, tanto per fare un esempio, è sceso di quasi il 20%. Imputare i rincari di questi mesi al mondo agricolo è pretestuoso e strumentale. Il costo delle materie prime – conclude Luchetta – è sostanzialmente lo stesso da vent’anni mentre tutto il resto è aumentato a dismisura».