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Latte caprino, l’Italia prova a uscire dalla nicchia

 

Allo studio nuove strategie comunicative per aumentare le occasioni di consumo

 
     
ROMA (5 ottobre 2007) - Con 100 milioni di litri l’anno di produzione, il mercato italiano del latte di capra è ancora quantitativamente e qualitativamente di nicchia, eppure non mancano segnali positivi per una possibile crescita commerciale a livello sia nazionale che estero. Nel panorama europeo i numeri del Bel Paese sono decisamente lontani da quelli di Francia (500 milioni di litri annui), Spagna (400), Grecia (400) e addirittura Olanda (150). Oggi però la situazione potrebbe cambiare, e le strategie di crescita, secondo quanto emerso dal convegno “Aspettative dello sviluppo economico del comparto caprino in Italia”, promosso e organizzato da Amalattea in occasione del Tuttofood di Milano, dovrebbero
Latte caprino
 
 
 
 
 
 
 
 
puntare a trasformare i punti deboli in elementi di forza. «Un problema importante – spiega Maurizio Sperati, presidente di Amalattea – è quello della comunicazione. Fino a ieri abbiamo commesso l’errore di promuovere il latte di capra come salutistico, tralasciando l’aspetto edonistico. Bisogna invece evitare di etichettare il latte di capra come un latte da bere solo se si è intolleranti a quello vaccino e bisogna lavorare per allargare le occasioni di consumo». Per quanto riguarda le ragioni territoriali, le maggiori difficoltà derivano dal fatto che, trovandosi gran parte dei pascoli in zone remote della Sardegna, è quasi impossibile riuscire a distribuire quotidianamente sul territorio nazionale il prodotto fresco. «Questa oggettiva difficoltà – continua Sperati – non deve impedire al mercato di svilupparsi. Infatti avventurarsi oggi sul mercato con un prodotto di nicchia e dalla durata brevissima sarebbe un rischio. Molto meglio un prodotto che ha una durata maggiore, con il quale si possano far crescere i consumi». Inoltre, il fatto che molti formaggi caprini italiani siano stagionati potrebbe rivelarsi utile per differenziarsi rispetto alle produzioni francesi e potrebbe aiutare i caprini nostrani a trovare una propria collocazione sui mercati esteri. «Per raggiungere tali obiettivi – conclude Sperati – occorre però creare una rete di valorizzazione dei prodotti caprini, dar vita a una cultura che faccia crescere l’interesse del consumatore verso tutti i prodotti, dal latte ai formaggi, dal gelato allo yogurt. Questo non nasce a caso, ma solo grazie a una grande organizzazione che comprende allevatori, produttori e Regioni».
 
   
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