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Sicilia, agricoltori alla ricerca delle radici perdute

 

Sono quasi 2600 le piante in via d’estinzione censite dall’assessorato

 
     
di Cristina Foti    
   

PALERMO (12 febbraio 2008) - Pere, mele e susine siciliane. Ma anche i meno comuni gelsi, corbezzoli e azzeruoli. Sono solo alcune delle 36 specie frutticole che l’assessorato regionale all’Agricoltura sta cercando di recuperare, al fine di mantenere in vita la grande diversità biologica dell’Isola. Evitando il rischio che mercati e produzioni sempre più globalizzati possano determinare la perdita definitiva dell’immenso patrimonio genetico siciliano, unico nella sua ricchezza, risultato di secoli di diversificazione naturale e antropica. Nasce così il progetto triennale “Recupero e valorizzazione delle risorse genetiche vegetali siciliane”, frutto di una programmazione dell’assessorato regionale all’Agricoltura (dipartimento

Limone
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Interventi infrastrutturali - servizio XI) e in collaborazione con il dipartimento di Colture arboree e quello di Agronomia ambientale e territoriale dell’Università di Palermo, il dipartimento di Ortofloroarboricoltura e tecnologie alimentari dell’università di Catania, l’istituto di Genetica vegetale, sezione di Palermo del Cnr, e l’istituto sperimentale per la Patologia vegetale di Roma. Scopo principale del progetto, che ha avuto inizio circa due anni fa, è quello di censire su tutto il territorio regionale le risorse genetiche autoctone a rischio estinzione o erosione al fine della conservazione e della valorizzazione, con interventi in grado di incidere positivamente anche sulle attività dei produttori agricoli e sulle piccole e medie imprese di trasformazione, soprattutto nelle aree più svantaggiate. Attraverso questo obiettivo primario sarà possibile realizzare, inoltre, banche dati del germoplasma acquisito, la selezione e la diffusione di specie, varietà, razze e forme, nonché la conservazione e la divulgazione di un patrimonio culturale e genetico legato alla storia delle diverse piante. Uno dei sostenitori dell’ambizioso progetto è stato Giuseppe Spartà, dirigente del servizio XI dell’assessorato, coordinatore fino allo scorso aprile e responsabile del settore Biodiversità. «Ultimamente stiamo lavorando anche alla sottomisura 214/2 del Piano di sviluppo rurale 2007-2013 – spiega Spartà – per la realizzazione di centri di conservazione e per la costituzione di una rete di agricoltori e allevatori per il mantenimento on farm delle risorse reperite». «L’intento – precisa il dirigente – è quello di far diventare gli agricoltori custodi di questo raro patrimonio permettendo anche il rilancio dell’immagine imprenditoriale attraverso la tipicizzazione di prodotti locali e la ricchezza dell’offerta». Al fine del coordinamento delle attività di ricerca è stato istituito un nucleo tecnico-scientifico, composto sia da personale del servizio XI dell’assessorato, sia da docenti e ricercatori delle varie istituzioni ed enti interessati. A ricoprire il ruolo di responsabile scientifico è Francesco Sottile, docente del dipartimento Colture arboree dell’Università di Palermo. «Un progetto di questo tipo può essere raggiunto solo grazie alla sinergia tra l’amministrazione regionale e le istituzioni scientifiche coinvolte – dichiara Sottile – a cui spetta un’attività di ricerca avente ad oggetto un’approfondita indagine conoscitiva mirata all’individuazione del patrimonio vegetale autoctono, alla caratterizzazione biometrica e molecolare, allo studio delle problematiche connesse con lo stato sanitario e alla valutazione degli aspetti relativi alla conservazione in vivo e in vitro. La pluralità di competenze che operano in assoluta armonia, ciascuna nel proprio specifico settore, funge da garanzia per il raggiungimento degli obiettivi». Un altro compito delicato è quello svolto dal tutor del progetto, Salvatore Restuccia, funzionario dell’Unità operativa tecnica (Uot) 38 di Spadafora, in provincia di Messina, che fa da tramite tra i colleghi dell’assistenza tecnica e gli enti coinvolti. «Le unità operative svolgono un lavoro di rilievo sul campo – afferma Restuccia –, merito della professionalità tecnica e della loro capillare presenza sull’intero territorio regionale». Secondo Restuccia «occorre verificare, inoltre, con cadenza almeno semestrale, lo stadio di avanzamento del progetto, valutare i risultati conseguiti e curare le attività di monitoraggio fisico e finanziario». Oggetto dell’indagine sono circa 2.580 accessioni, ovvero piante rilevate che appartengono a diverse cultivar. «Tra le cultivar già individuate, cito il pero – conclude Restuccia – che presenta la maggiore ricchezza genetica con circa 600 diversificazioni». Al termine del triennio, ovvero tra un anno, sarà possibile tracciare una mappa genetica delle risorse vegetali siciliane e recuperare le più antiche in un perfetto connubio tra valorizzazione del patrimonio autoctono e innovazione tecnologica. Programmando il futuro riscoprendo il passato.

Accessioni rilevate in tutti i distretti coinvolti



 

 

 
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