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Dall'Uganda al Mezzogiorno, la politica agricola vede "rosa"  
     
di Gaetano Mineo    
   

Banca e impresa agricola. Croce e delizia. Due facce della stessa medaglia: la crisi economica che soffoca il comparto. Una crisi per la quale a volte le istituzioni rinunciano a esercitare un ruolo incisivo, lasciando così alle banche – per dirne una – il compito di operare una selezione spesso fatale per l’azienda agricola. Oggi, infatti, è a rischio di chiusura proprio quella parte di imprese che ultimamente ha investito in proiezione della liberalizzazione dei mercati e che avrebbe portato nuova linfa al comparto. In pratica, le aziende agricole hanno scommesso – e continuano a scommettere – su ricerca, tecnologia e qualità al fine di farsi trovare pronte a quello che era stato garantito come l’appuntamento positivo e decisivo: la globalizzazione del settore agroalimentare. Così non è stato. E non è tutt’ora, tranne flebili segnali all’orizzonte. In sintesi, le risorse investite non hanno prodotto i profitti auspicati. Quindi l’indebitamento delle aziende agricole – in modo particolare quelle del Mezzogiorno – ha motivazioni soprattutto istituzionali legate alle scelte di una politica che spesso si è rivelata poco lungimirante e dunque incapace di prefigurare gli effetti negativi che la fase economica internazionale

 
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avrebbe prodotto sul comparto agricolo. E non solo.
In altre parole, ormai sembra che il sistema finanziario e bancario sia il vero “padrone” delle imprese agricole, passando all’incasso dei debiti. La stessa situazione debitoria delle aziende, del resto, è tale che non solo inibisce loro di gestire la produzione, ma anche di accedere alle risorse finanziarie per la ristrutturazione aziendale, oggi più che mai necessarie per riconvertire le attività verso più sostanziosi guadagni. Siamo al paradosso: la Sicilia (come altre Regioni) spende, ma soprattutto continuerà a spendere nei prossimi anni, una grande quantità di risorse (Psr) erogate da Bruxelles, ma se non cambiano alcune regole questi milioni di euro non potranno essere spesi perché le aziende agricole indebitate non potranno a loro volta accedere ai finanziamenti (vedi Basilea 2).
Insomma, in questo scenario l’indebitamento dell’azienda agricola è il vero nodo da sciogliere per consentire alle stesse imprese di essere coinvolte da una seria, profonda e inevitabile riforma. Non è tutto. L’economia del Sud rischia di incassare un altro pugno allo stomaco. A sferrare questo colpo basso sembrerebbe addirittura il dicastero dell’Agricoltura: a causa, infatti, di una proposta di modifica dell’articolo 68 della Pac (sviluppo della competitività agricola delle imprese e innovazione delle filiere), la Sicilia (e non solo) risulterebbe penalizzata per la perdita di un sostanzioso bottino di milioni di euro. Dunque, ci risiamo. A volte proprio dal ministero della Politiche agricole non si intravede alcuna mano tesa verso il Sud. Si ha l’impressione, invece, che lo stesso ministro Zaia guardi spesso solo a Nord. E non è certo un bene per la macchina Italia mettere da parte un motore che, pur non producendo tanta energia rispetto alle sue potenzialità, può certo contribuire attraverso un concreto sostegno (non assistenziale) alla crescita di tutto il Paese. Ecco uno dei motivi della lettera del presidente Lombardo inviata al premier Berlusconi affinché metta in agenda anche la crisi dell’agricoltura siciliana.

 
 
 
 
Editoriale n°6-7 - 2009
 
 
 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
terrà Testata dell'assessorato delle Risorse Agricole e Alimentari - Regione Siciliana - Pubblicazione ex L r. 73/77 art. 4, c. L - Registrazione al tribunale di Palermo al numero 4 del 13/01/2005 - Iscrizione al registro degli operatori delle comunicazioni (Roc) al numero 12447. Testi e foto pubblicati potranno essere utilizzati previo consenso e citando la fonte.
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