MILANO (21 maggio 2008) – È partita l’offensiva cinese in tema di energia. «I cinesi – ha affermato di recente Evan Feigenbaum, braccio destro di Condoleezza Rice – stanno investendo moltissimo sul settore, sia in termini finanziari che di risorse umane». L’interesse non si limita all’oro nero e si estende dal Mar Caspio all’Estremo Oriente. Il settore energetico fa parte di una politica aggressiva che, nell’ultimo decennio, ha visto la Cina concludere oltre trenta accordi per la concessione di prestiti con più di venti Paesi africani. Alcuni progetti finanziati hanno avuto un enorme successo: dall’esplorazione dei giacimenti petroliferi in Sudan allo sviluppo dell’agricoltura, dallo sfruttamento delle foreste nella Guinea equatoriale al miglioramento della rete ferroviaria in Botswana. In cifre, il commercio bilaterale tra Cina e Africa tocca i 18 miliardi di dollari l’anno, con un aumento quasi del 100% nel corso dell’ultimo quinquennio. Assicurarsi l’accesso alle materie prime dell’Africa e soprattutto al suo petrolio rappresenta la priorità fondamentale per Pechino, che ha fatto grandi sforzi per sviluppare strette relazioni con i Paesi produttori di petrolio quali l’Algeria, l’Angola, la Nigeria e il Sudan. L’impulso cinese sul mercato energetico nasce dalla necessità di importare la metà del fabbisogno nazionale ed è riassunto dai nomi di tre giganti che da soli detengono il 90% della produzione di derivati del petrolio della Cina: China National Petroleum Corporation (Cnpc); China National Offshore Oil Corporation (Cnooc) e Sinopec. Questi imperi attuano una dura concorrenza alle compagnie occidentali e hanno dalla loro le ingenti risorse finanziarie statali sfruttando, su indicazione del governo centrale, le aree di crisi per insediarsi. I cinesi però non dispongono ancora del know-how tecnologico nello sviluppo e nella ricerca, che al contrario costituisce il punto di forza dei giganti occidentali. Il maggior potere e la forte influenza della Cina nel settore petrolifero spiccano anche da una analisi dei mercati finanziari. Il caso più eclatante è quello di PetroChina, la compagnia cinese del Gruppo China National Petroleum Corporation fondata nel 1999, partecipata dallo Stato all’86%. La società si occupa di ricerca, esplorazione, estrazione, trasporto, raffinazione e commercializzazione di petrolio, gas naturale e derivati. In circa sette anni di quotazione al NYSE, è passata da una valore di 17 dollari ai 135 dollari di fine aprile, toccando un picco di 270 dollari il 4 novembre scorso, giorno dello sbarco in Borsa a Shanghai.