Itinerario Archeologico delle Province di Caltanissetta & Enna
 
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Caltanissetta
La prima notizia certa che riguarda la città risale al 1086, quando viene conquistata dal Gran Conte Ruggero. I ruderi del castello di Pietrarossa, dal quale iniziamo la nostra visita, testimoniano l’origine araba della città. Nel quartiere del castello si trova la cinquecentesca chiesa di San Domenico, al cui interno troviamo un San Vincenzo Ferreri del Borremans e la Madonna del Rosario del Paladini. La chiesa ha custodito, dal 1600 al 1866, momento della chiusura al culto, la tomba della Contessa Adelasia, ma nel 1924, quando la chiesa venne riconsacrata, la sepoltura era svanita.

Nel centro storico, costituito da piazza Garibaldi, incontriamo le due principali arterie della città: corso Umberto e corso Vittorio Emanuele. Sulla piazza, al cui centro si trova la Fontana del Tritone, realizzata nel 1956 dal Tripisciano, si affacciano il Palazzo del Municipio (ex convento dei Carmelitani), la Cattedrale e la chiesa di San Sebastiano. La Cattedrale o Santa Maria La Nova, realizzata alla fine del XVI secolo, presenta una facciata su due ordini sovrapposti. Due campanili staccati sono posti alle estremità laterali del secondo ordine, mentre l’interno a croce latina e a tre navate conserva affreschi del Borremans, l’altare realizzato dal Marabitti e una statua lignea di San Michele del Li Volsi. Altre due tele meritano attenzione, ovvero, la Madonna del Carmine di Filippo Paladini e l’Immacolata Concezione del Borremans.

Fra le altre chiese, che si trovano all’interno del centro urbano, non perdetevi la chiesa di Sant’Agata al Collegio, ubicata su corso Umberto I e fondata nel 1605. La facciata su tre ordini è contraddistinta dal colore rosso dell’intonaco che spezza con il colore chiaro del portale di marmo e del tufo con cui sono realizzate le strutture portanti. L’interno custodisce una pala marmorea del Marabitti raffigurante Sant’Ignazio e affreschi del Borremans. Spostandoci nei pressi della stazione ferroviaria, visitiamo il Museo Archeologico, che raccoglie reperti provenienti dal territorio limitrofo e conserva oggetti della cultura materiale relativi sia al periodo preistorico che a quello della presenza greca sull’isola. Fra i reperti si segnalano: uno strigile, strumento utilizzato dagli atleti per detergere il sudore durante le competizioni sportive; un modello di tempio in terracotta di età arcaica; un cratere che raffigura la fucina di Efesto; una kylix attica dove è rappresentato Eracle armato di clava; uno schiniere e un elmo corinzi di bronzo del VI secolo a. C.

Infine, poco fuori dell’abitato, incontriamo l’Abbazia di Santo Spirito, fondata dal Gran Conte Ruggero e dalla sua terza moglie, Adelasia del Monferrato, e consacrata nel 1153 dal Vescovo di Bari. L’edificio, in stile romanico, presenta una navata unica chiusa da tre absidi. Sulla lunetta del portone d’ingresso è collocata un’immagine del Cristo Benedicente. L’abside è affrescato con un’immagine del Pantocratore. All’interno si conservano un calice in stagno, un’urna cineraria di epoca romana, una vasca romanica scavata nel tufo per il battesimo tramite immersione e un crocifisso ligneo del Quattrocento.



Gela
Da Caltanissetta imboccare la SS 191 e poi seguire le indicazioni. Della città antica si conservano una grande plateia che divideva la città in due parti, la zona sacra a sud e quella abitata a nord. Nella zona sacra è ancora visibile una delle colonne del Tempio C. In località Capo Soprano potremo visitare un tratto di mura lungo circa 300 metri che dovrebbero datarsi al IV secolo a. C.; la struttura si compone di due fasce, quella inferiore, composta da conci di arenaria squadrati e quella superiore, realizzata con mattoni crudi. Le Mura di Capo Soprano sono state dichiarate patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO. Nel Museo Archeologico troviamo i reperti provenienti dalla zona, tra i quali: una kylix che reca il nome di Antifemo, fondatore della città; una serie di antefisse che adornavano i templi dell’acropoli; oggetti agricoli in ferro e una collezione di vasi arcaici ed attici.



Enna
Spesso nascosta dalla nebbia, Enna è il capoluogo di provincia più alto d’Italia. Il primo monumento che conosciamo è il Castello di Lombardia, un complesso fortificato che si suddivide in tre cortili, cui si accede attraversando un ambiente rettangolare posto sul lato occidentale. Il castello aveva, a sua protezione, delle torri di cui ne rimangono solo sei, più altre quattro, poste in punti strategici dei cortili. Il primo cortile, in cui sorgeva una cappella dedicata a San Nicolò, è oggi destinato a teatro all’aperto. Attraverso la porta della Catena accediamo al secondo cortile, il più ampio, chiamato di Santa Maddalena o delle vettovaglie, per l’abitudine di ammassarvi provviste. Lungo le mura troviamo una postierla, utilizzata per entrare e uscire dal castello in caso di assedio. Nel terzo cortile, quello di San Martino, gli scavi archeologici hanno portato alla luce dei silos ricavati nella roccia, una chiesetta bizantina e sepolture risalenti all’età islamica. Il cortile ospitava un’aula a pianta rettangolare allungata, scandita da quattro arcate mediane, di cui rimangono solo poche tracce: probabilmente era destinata ad ospitare la famiglia reale. Nei pressi dell’aula scorgiamo la Torre Pisana, che costituiva il mastio della cittadella.

Volgendo i passi verso il cuore della città e percorrendo la Via Roma, incontriamo i monumenti più significativi, tra i quali il Museo Alessi, nei pressi di Piazza Mazzini. Il museo, oltre al tesoro del Duomo, i cui pezzi più pregiati sono la corona seicentesca della Madonna, lavorata con pietre preziose, oro e smalti e in cui sono cesellate scene della vita di Gesù ed il cinquecentesco ostensorio argenteo di Paolo Gili, ospita una Madonna col Bambino di scuola fiamminga, due tavole del panormita, una Madonna delle Grazie di Giuseppe Salerno. Merita una visita il secondo piano che ospita una collezione numismatica e una di statuine funerarie egizie, oltre a vari reperti archeologici, fra i quali, proiettili di piombo per le fionde.

Vicino al Museo scorgiamo il Duomo, risalente al Trecento, ma ristrutturato nel Cinquecento e nel Seicento. La facciata è del Cinquecento e si compone di un portico sovrastato da una torre campanaria, mentre l’interno custodisce due acquasantiere cinquecentesche, una delle quali è sorretta da un fusto, probabilmente proveniente dal tempio di Demetra, con la rappresentazione di un baccanale. Tra i quadri soffermiamoci sui Santi Giacinto e Lucilla, il Battesimo di Gesù e l’Apparizione dei Santi Pietro e Paolo a Costantino, tutti del Borremans, mentre sull’altare ci aspetta il Cristo dei tre volti, un crocifisso su tavola del quindicesimo secolo che, sul recto, conserva una Resurrezione.
Terminiamo la nostra visita nella Torre di Federico II, che troviamo sull’omonima via, collocata al centro di un giardino pubblico. L’edificio, a pianta ottagonale, era circondato da una cinta muraria, anch’essa ottagonale, di cui si conservano alcune tracce. Sulle facce esterne si trovano delle monofore e due finestre con cornici a bastoni spezzati, che si aprono in corrispondenza del primo piano. Si accede alla torre da una porta archiacuta e l’interno si presenta su tre piani, l’ultimo dei quali è monco.



Nicosia
Percorrere la SS 121 e poi la SS 117. La città si articola in una parte bassa e in una alta. La parte alta ospita la chiesa di Santa Maria Maggiore, interamente ricostruita, che custodisce all’interno il trono utilizzato nel 1535 da Carlo V mentre era in visita alla città e un polittico marmoreo realizzato da Antonello Gagini. La cattedrale dedicata a San Nicolò, risalente al 1340, ci mostra invece un coro ligneo realizzato nel Seicento da Giovan Battista e Stefano Li Volsi, il Cristo in Gloria tra la Vergine e il Battista di Antonello Gagini, la Vergine col Bambino tra il Battista e Santa Rosalia di Pietro Novelli e il San Bartolomeo di Giuseppe de Ribera. Infine, nella chiesa dei Cappuccini troviamo un tabernacolo ligneo del Settecento e tre tele di Gaspare Vazzano, mentre, nella Chiesa di San Biagio, i dipinti di Giuseppe Velasco e un trittico di Antonello Gagini.

 
 
Castello di Mussomeli
Sorge maestoso su un’altura e sembra essere la naturale prosecuzione della roccia su cui si innalza e che sfrutta per addossarvi le proprie strutture. Entrerete in questo possente maniero dal lato nord orientale attraverso una strada protetta da un muro di fortificazione merlato e, dopo aver superato un primo portale e le scuderie, vi troverete di fronte alla seconda cinta muraria, sulla quale si apre una seconda porta di accesso al castello, oltrepassata la quale vi introdurrete in un cortile sul quale si affacciano il mastio, la cappella, che presenta due crociere poggianti su pilastri, i cui capitelli sono decorati con fogliame, e gli ambienti residenziali, fra i quali vi ricordo la Sala dei Baroni, molto ampia e con due bifore, cui si accede attraverso un portale ogivale modanato.

 
 
Villa romana del Casale
L’edificio ha conosciuto il momento del suo massimo splendore tra il IV ed il V secolo d. C., quando accoglieva un esponente dell’alta aristocrazia romana. La villa si articola in quattro nuclei connessi tra di loro il cui asse converge verso il centro del peristilio. Le maestranze che realizzarono il ciclo musivo di Piazza Armerina provenivano dall’Africa ed è noto che i committenti seguivano con cura la realizzazione delle loro abitazioni, da ciò ne consegue la particolare vastità e ricercatezza del ciclo musivo della villa, di cui segnaliamo quella raffigurante la “Grande Caccia”, una grande cattura di animali per i giochi dell’anfiteatro di Roma.

 
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