consorzio Crisma, che lavora per la tutela e valorizzazione del grano duro d’eccellenza e dei prodotti della trasformazione. «Ci sono tutti gli elementi necessari alla svolta qualitativa. Spetta adesso agli agricoltori decidere di adottare o meno le tecniche colturali idonee a favorire questo cambio di rotta». È il messaggio che, forte e chiaro, lanciano i consorzi di ricerca ai coltivatori, che proprio in questo periodo, spinti dai prezzi altamente remunerativi, stanno reinvestendo sulla coltura. Ma come mai si è arrivati all’attuale, tanto discusso, aumento dei prezzi? Per spiegarlo bisogna fare un passo indietro. «Insieme all’aumento dei costi di produzione causati dal rialzo del prezzo del petrolio – spiegano gli agricoltori – l’entrata in scena della riforma del disaccoppiamento, che di fatto ha svincolato i finanziamenti europei dalla tipologia di prodotto coltivato, ha indotto i coltivatori ad abbandonare la monocoltura del grano duro a favore della diversificazione. Puntando, quindi, su colture di rotazione, meno onerose e più remunerative. Anche gli incentivi sulla sperimentazione delle agroenergie, Brassica in primis, hanno in parte influito sulla diversificazione». Il calo produttivo non è stato un fenomeno solo siciliano ma ha interessato tutti i paesi produttori. «Col disaccoppiamento, scattato con la campagna 2005, e le condizioni climatiche avverse dell’ultima stagione, la produzione italiana – afferma Norberto Pogna, presidente del consorzio di ricerca Gian Pietro Ballatore – è crollata da 5,5 e 3,5 milioni di tonnellate. Nel frattempo Usa e Canada hanno ridotto la produzione di 19 milioni di tonnellate. Il risultato è che ora il grano si vende tra i 450 e 460 euro a tonnellata contro i 190 di marzo». Concause dell’aumento dei prezzi, quindi, da un lato il calo della produzione, dall’altro l’incremento della domanda di grano nel mercato globale. «Oltre che al disaccoppiamento e alle agroenergie – dicono dal consorzio Crisma –, l’innalzamento dei prezzi è dovuto al fatto che i paesi produttori hanno raccolto meno, mentre è cresciuta la domanda anche da parte dei nuovi consumatori asiatici, cinesi in particolare». «Tutto ciò – spiegano invece dal consorzio Ballatore – ha portato a un ritorno di interesse verso il grano duro da parte dei coltivatori. Per la prossima semina, infatti, possiamo prevedere un sicuro aumento di produzione». Intanto, sono disponibili i dati Istat aggiornati al settembre 2007. Nella semina 2006 sono stati coltivati 290.660 ettari di terreno, per una produzione totale di 7 milioni e 761 mila quintali di grano. Mentre i dati provvisori sulla semina 2007 parlano di oltre 300.000 ettari coltivati, di una resa per ettaro di 28,8 quintali e di una produzione totale di 8 milioni e 787 mila quintali. «Un aumento di circa un milione di quintali – concludono dal Consorzio Ballatore – è probabilmente dovuto alle favorevoli condizioni climatiche di quest’anno». Ma cosa dicono gli agricoltori, cioè i reali protagonisti della sfida sulla qualità? «Certo, con il disaccoppiamento abbiamo introdotto al posto del grano delle colture diversificate – afferma Vincenzo Gioia, dell’azienda Fontana-Murata, in provincia di Palermo –, e questo ha portato senz’altro al miglioramento della qualità del grano. Abbiamo sperimentato anche una coltivazione di Brassica carinata, ma il prezzo di quest’ultima è ancora poco remunerativo rispetto a quello del grano, che oggi è aumentato del 200%. Siamo disposti a investire sulla qualità, ma a patto che ci sia un giusto ritorno per noi produttori e che non serva solo a far speculare gli intermediari. In tal senso chiediamo alle istituzioni di vigilare sui vari anelli della filiera». «La qualità – conclude Gioia – può essere una chance soprattutto da quando con gli ammassi differenziati i mulini pagano in modo diverso a seconda della bontà del grano». Sulla questione, il parere di Biagio Pecorino, presidente della cooperativa Valle del Dittaino, oltre a confermare gli effetti del disaccoppiamento, mette in evidenza un altro aspetto: «Il rischio di quest’aumento dei prezzi potrebbe essere quello di distrarre il produttore dalla qualità». Con il risultato di tornare al ringrano e quindi alla monosuccessione. La cooperativa, nota per la produzione del “PanDittaino”, «investe da anni sulla qualità – afferma Pecorino – a partire dalle tecniche culturali che evitano la chimica, con lo stoccaggio differenziato e con il completamento dei processi all’interno della propria struttura, scansando così possibili contaminazioni esterne. Anche se il grano siciliano non primeggia per tenore proteico – aggiunge – è al top sul versante della sicurezza». «A spingere gli agricoltori a produrre grano di qualità – commenta infine Pecorino – dovrebbero essere anche i consumatori, interrogandosi sulla provenienza di quel pane venduto abusivamente agli angoli delle strade e sulla qualità dei processi di lavorazione».
MEDIE DELLE SUPERFICI A GRANO DURO IN SICILIA |
Provincia |
Ettari |
1993 |
2002 |
2003 |
2004 |
2005 |
2006 |
2007 |
Trapani |
21.300 |
27.000 |
24.000 |
28.000 |
28.000 |
28.000 |
27.000 |
Palermo |
70.425 |
90.000 |
95.000 |
90.000 |
76.000 |
70.000 |
70.000 |
Messina |
3.375 |
1.780 |
1.800 |
1.800 |
1.500 |
1.400 |
1.400 |
Agrigento |
47.000 |
45.000 |
48.000 |
48.000 |
44.000 |
38.000 |
42.750 |
Caltanissetta |
48.600 |
49.785 |
48.500 |
48.000 |
44.000 |
41.000 |
40.000 |
Enna |
42.500 |
63.000 |
64.000 |
65.000 |
63.000 |
50.400 |
55.800 |
Catania |
35.000 |
30.000 |
32.000 |
36.000 |
30.000 |
30.000 |
32.000 |
Ragusa |
10.500 |
17.000 |
17.000 |
17.000 |
17.000 |
16.000 |
15.000 |
Siracusa |
12.000 |
15.400 |
16.150 |
15.800 |
15.930 |
15.860 |
16.200 |
Sicilia |
290.700 |
338.965 |
346.450 |
349.600 |
319.430 |
290.660 |
300.150 |