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Grano duro, lo sviluppo è nel sistema

 

L'Isola ha chiuso la raccolta 2008 registrando un aumento nelle quantità e prezzi più bassi

 
     
di Paola De Simone    
   

PALERMO (25 novembre 2008) - Creare un progetto di rete condiviso da tutti gli attori della filiera. È questa, come riportato nel numero appena uscito di Terrà, la strategia da adottare per rafforzare produttivamente ed economicamente il comparto cerealicolo siciliano di fronte ai continui alti e bassi dei mercati e alle turbolenze finanziarie che sempre più minacciano i settori dell’economia reale. La linea guida, nello specifico, è rappresentata dal documento strategico del dipartimento Interventi infrastrutturali dell’assessorato Agricoltura della Regione Siciliana: quello dell’Economia della Conoscenza, secondo il quale attraverso la concertazione strategica e il coinvolgimento permanente, a diversi livelli, dei

Grano
 
 
 
 
 
 
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soggetti cardine della filiera cerealicola si potranno individuare in maniera più efficace gli strumenti e le modalità migliori per soddisfare i fabbisogni del sistema imprenditoriale ed economico, non solo a parole ma con i fatti.

La filiera in Sicilia Complessa e articolata, nello specifico, la filiera produttiva siciliana del grano duro, seconda in Italia dopo la Puglia e tra le più importanti a livello europeo secondo le stime dell’International Grain Council (Igc). Sono coinvolte società sementiere, aziende agricole, centri di stoccaggio e il più alto numero in Italia di imprese di prima e seconda trasformazione artigianali e industriali (molini, pastifici e panifici). Le stime Istat 2008 parlano al momento di 9 milioni e 940 mila quintali di produzione regionale su una superficie di 340 mila ettari. Un dato che conferma il trend di crescita partito dal 2005, ma nel quale oggi interviene un nuovo calo del prezzo della granella, quasi dimezzato dagli inizi dell’anno a oggi.Un calo che pesa non poco sulla bilancia produttiva e che ha fatto cadere in crisi gli agricoltori. «Se a gennaio – dicono dal consorzio di ricerca Gian Pietro Ballatore – il prezzo del grano duro sulla piazza di Catania era a 44,47 euro al quintale, a ottobre è sceso a 26,62 euro». Un momento critico, dunque, per i produttori agricoli che si accingono alla prossima semina. Uno scenario inasprito dall’aumento del prezzo dei concimi che supera in alcuni casi il 120%, accompagnato da quello delle sementi e del petrolio, il quale, nonostante il crollo del prezzo al barile, continua a incidere profondamente sui costi di produzione.

La Pac e il grano In questo quadro complesso si inserisce anche la Pac con il suo stop definitivo al premio accoppiato che probabilmente porterà a ulteriori riassetti del comparto. «Anche l’importazione di grano a basso costo dall’estero – sostiene Sandro Costa, presidente della Cia di Enna – ha finora danneggiato noi agricoltori; per questo abbiamo chiesto che fossero reimposti i dazi sulle produzioni di cereali extra Ue».

Cosa fare? Da una analisi effettuata dagli uffici dell’assessorato emerge come la necessità di favorire la qualità e al contempo la concentrazione dell’offerta sia un must per aumentare la competitività sul mercato del grano duro siciliano, abbattendo così i costi di produzione. Tra i processi virtuosi messi in atto ci sono l’implementazione sempre più massiccia e capillare dello stoccaggio differenziato, per offrire al mercato un grano standardizzato per qualità e usi merceologici. A ciò si aggiunge la nascita, a giugno di quest’anno, del Borsino del grano di Enna che esige ora la partecipazione attiva dell’intera filiera per una più trasparente determinazione dei prezzi e la risoluzione del gap tra il costo delle materie prime e quelle dei trasformati. Tra le proposte emerge sempre più la necessità di una maggiore verticalizzazione della filiera tra la fase produttiva e quella della trasformazione e commercializzazione, attraverso i contratti di coltivazione, ma anche di un’organizzazione comune da attuare con il supporto di una maggiore informazione interna al sistema e sul territorio, cioè rivolta al consumatore. La macchina organizzativa della conoscenza, dunque, si è già messa in moto. I tavoli tecnici tra i rappresentanti della filiera e l’amministrazione, quale regista di questo nuovo progetto di rete, sono già una realtà. Ognuno, nel proprio ambito di competenze ed esigenze esprime un parere sul da farsi, e tutti concordano su un punto: senza ricerca non potrà esserci innovazione e competitività sul mercato. «La ricerca è un fattore di successo – sostiene Biagio Pecorino, presidente del Distretto regionale delle produzioni cerealicole – soprattutto quella applicata, sia sul fronte della qualità, con la valorizzazione delle cultivar tipiche, sia sul fronte dell’innovazione, per la riduzione dei costi che gravano sulla gestione delle imprese». E alla base della ricerca applicata c’è sempre il confronto con le aziende, attuabile solo tramite la costruzione di reti, anche non formali, nelle quali si possa dialogare in modo produttivo.

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