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Meno costi, più guadagni

 
   

PALERMO (25 novembre 2008) - Capire cosa sta succedendo al grano duro stimola l’interesse degli esperti, delle istituzioni e degli operatori, ma purtroppo non serve a nessuno. Nel 1990, al culmine della politica europea sugli ammassi, il prezzo era 23 euro a quintale; con le varie riforme della Pac è precipitato, come un aereo in caduta, fino ai 13 euro del 2006. Nel 2007-08 vi è stato prima il miracolo dell’ascensione a 50 euro e poi la crisi globale degli ultimi mesi. E come sempre non mancano le analisi: l’eccezionale aumento della produzione mondiale di frumento (circa 70 milioni di tonnellate in più rispetto al 2007), il rafforzamento del dollaro sulle altre monete e la pesantissima crisi che stanno vivendo i mercati

Soldi e grano
 
 
 
 
 
 
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finanziari. I fenomeni speculativi legati ai contratti a termine (futures) della seconda metà del 2007 si sono affievoliti e i prezzi di mercato risentono ora della pesantezza dell’offerta e di una domanda in crisi di liquidità, che tende a limitare gli acquisti allo stretto fabbisogno di trasformazione mensile. E così accade che l’Ue, da abituale importatore, si ritrova quest’anno a dover esportare grandi quantità di cereali nel resto del mondo, per scongiurare una caduta senza precedenti dei prezzi comunitari.
Ma dove sono finiti i consumi di Cina e India che cominciavano a mangiare grano, la competizione delle colture energetiche e tutte le altre cause che nel 2007 venivano evocate per giustificare l’aumento dei prezzi del grano duro il cui effetto esclusivo e immediato è stato l’aumento del prezzo dei concimi (fino a +150%), compreso l’urea che, come tanti forse non sanno, viene fabbricata a partire dall’azoto dell’aria?
Domande tante, risposte nessuna, tranne sentir dire che l’abbondante produzione di grano duro ridurrà la dipendenza dell’industria pastaria nazionale dalle importazioni e che i molini non sembrano interessati a comprare, sperando nel protrarsi dei ribassi.
Forse è l’ora che l’agricoltore cominci a pensare che l’eco-coltivazione con le sue rotazioni con le colture proteaginose come fava, veccia e sulla, che grazie ai rizobi specifici fissano l’azoto atmosferico, la riduzione conseguente dei concimi e dei diserbanti e delle lavorazioni del suolo, non solo serve all’ambiente ma fa bene alle entrate e dà un reddito iniziale: la riduzione dei costi di produzione. È una nuova logica, ma occorre comprendere che tanti input tecnici (concimi e diserbanti) che spingevano la resa in alto andavano bene quando gli alti prezzi erano garantiti dallo Stato: oggi, forse è meglio accontentarsi di 25-30 quintali per ettaro con i costi di produzione ridotti all’osso, piuttosto che inneggiare a rese elevatissime senza nessun guadano.
La Sicilia, con i suoi 340 mila ettari di grano duro e una filiera integralmente rappresentata (produttori di grano, centri di stoccaggio, mulini, panifici e pastifici) e con dati sui consumi di pane e pasta che la posizionano ai primi posti in Italia, è un palcoscenico privilegiato per valorizzare le virtù dei cereali nell’ambito della dieta mediterranea: diversi studi hanno evidenziato le qualità nutrizionali e salutistiche dell’oro biondo.
Noi siciliani, attaccati all’idea che il cibo non si fabbrica ma si produce, aspettiamo che chi trasforma ci dica “nel pane e nella pasta c’è solo grano siciliano” e che i consumatori ascoltino “se pane e pasta vuoi mangiare bene e sano, guarda se dentro c’è il grano siciliano”.
 

Dario Cartabellotta
Dirigente generale Dipartimento interventi infrastrutturali

 
   
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