biocombustibili. «Le due direttive – continua Helfferich – saranno integrate con diversi criteri che garantiscano la sostenibilità economica, sociale ed ambientale delle produzioni». Bruxelles è orientata a non sostenere più la produzione di biocarburanti di prima generazione, che “ruba” aree arabili normalmente destinate a riso e cereali, ma intende puntare su quelli di seconda generazione che sono in gran parte indipendenti dalla catena agricola perché utilizzano scarti di lavorazione o sottoprodotti con un resa in termini energetici che vede un rapporto di uno a otto o anche a dieci. Michael Mann, portavoce del commissario europeo all’agricoltura, ha ricordato che se prevalesse lo status quo, per raggiungere i propri obiettivi di incremento dell’uso di biofuel nei trasporti, «l’Europa dovrebbe destinare a queste produzioni il 17% dei terreni disponibili, circa 26 milioni di ettari del territorio agricolo, poco meno di un quarto di quello disponibile nell’Unione». Al contrario, producendo biocarburanti di seconda generazione, i terreni usati saranno “molto pochi”, ha detto Mann, annunciando anche che il prossimo mese l’esecutivo proporrà di eliminare il sussidio di 90 milioni di euro l’anno (45 euro per ettaro) destinato alla produzione di biocombustibili, in quanto «é un mercato che già esiste e non c’é più alcun bisogno di incoraggiarlo». Se approvato, lo stop alle sovvenzioni sarà operativo da novembre. Contro la produzione massiccia di biocarburanti si è levata oggi la voce di Jean Ziegler, rappresentante speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione. «La produzione di biocarburanti è un crimine contro l’umanità», ha detto parlando ad una radio tedesca.
La proposta francese Un’iniziativa europea per la sicurezza alimentare, affinché si produca di più, si produca meglio e soprattutto si produca per nutrire. È la proposta del ministro francese dell’agricoltura, Michel Barnier, ai colleghi europei riuniti a Lussemburgo. La proposta concreta sarà presentata dal governo francese prima dell’estate, ossia all’avvio del nuovo semestre di presidenza dell’Ue che vedrà Parigi al timone dell’Europa. Barnier, dal prossimo luglio futuro presidente del Consiglio dei ministri dell’agricoltura dell’Ue, ha indicato quattro principi a cui dovrebbe ispirarsi la futura iniziativa europea per la sicurezza alimentare. Queste le grandi linee: Produrre di più e produrre meglio, e in primo luogo produrre per l’alimentazione; riorientare in modo determinato verso l’agricoltura gli aiuti europei allo sviluppo e alla cooperazione, per Barnier, infatti, da 30 anni «si è accantonata questa priorità di sviluppo del settore agricolo»; condividere le capacità e l’esperienza europea con i paesi più poveri per aiutarli a ricostituire un’autonomia di produzione, creando dei sistemi di gestione delle crisi e aumentando il loro livello di sicurezza alimentare; impedire accordi squilibrati alla Wto (l’Organizzazione per il commercio mondiale) di cui i paesi più poveri sarebbero le prime vittime.
Consumatori «La guerra dei cereali impone un ripensamento sulle modalità di coltivazione», in particolare sulla questione Ogm, dove il problema «non è sanitario ma economico». È quanto afferma Primo Mastrantoni, segretario dell’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori (Aduc). Secondo Mastrantoni «i consumi salgono (specialmente in India e Cina), le coltivazioni di mais destinate ai carburanti aumentano (sono più remunerative), sicché c’é penuria di cibo. Si riaffaccia l’idea di estendere le coltivazioni di piante Ogm. Sull’argomento siamo più volte intervenuti, predisponendo anche una scheda informativa». «Cibo Frankestein, si diceva – aggiunge il segretario Aduc –, salvo dimenticare che le nostre mucche mangiano soia geneticamente modificata e che da vent’anni sulle nostre tavole viene servita pasta fatta con grano geneticamente modificato. Il problema degli Ogm, come abbiamo sempre sostenuto, non è sanitario ma economico». Secondo quanto riferisce l’associazione di consumatori, «la Commissione europea ha promosso e finanziato numerose ricerche sulla biosicurezza delle piante geneticamente modificate e la conclusione è stata la seguente: queste ricerche dimostrano che le piante geneticamente modificate e i prodotti sviluppati e commercializzati fino a oggi, secondo le usuali procedure di valutazione del rischio, non hanno presentano alcun rischio per la salute umana o per l’ambiente». «Il problema attuale – conclude Mastrantoni – ci ricorda le posizione di coloro che erano contrari agli inceneritori, oggi termovalorizzatori, o di quelli contrari “ideologicamente” al nucleare. Oggi sono su posizioni opposte. Succederà anche per gli Ogm?».
Cia Pronta la risposta della Cia-Confederazione italiana agricoltori. «Gli Ogm – ammette il presidente Giuseppe Politi – non risolvono i problemi delle agricolture dei Paesi più poveri, né sono la panacea della fame del mondo. Non vorremmo che dietro i rincari di materie prime alimentari, come grano, riso, mais, ci siano quelle multinazionali che spingono per le loro sementi geneticamente modificate». Secondo Politi, «la soluzione Ogm non è percorribile. Credo che bisogna percorrere altre strade». Innanzitutto, continua il presidente Cia, «occorre abbandonare il vecchio tipo di cooperazione internazionale che puntava solo sull’assistenza verso i poveri della Terra. Si portano derrate alimentari, mentre le agricolture di questi paesi non vengono affatto sviluppate». Per la Cia «bisogna, invece, procedere in maniera completamente diversa. Dobbiamo aiutare i Paesi poveri a migliorare le loro agricolture attraverso seri e moderni programmi di coltivazione. Solo così si possono accrescere le produzioni. E per fare ciò non servono gli Ogm che finirebbero solo per appiattire l’agricoltura e la sua fondamentale biodiversità». D’altra parte, ricorda Politi, «l’agricoltura europea e quella di altre aree industrializzate si è sviluppata senza l’ausilio degli Ogm. E penso che bisogna continuare in tale direzione». La conclusione è, quindi, «un “no” agli Ogm e l’avvio immediato di concreti interventi ‘in loco’ per far sviluppare l’agricoltura in tutti questi Paesi dove la fame è un problema quotidiano. Evitare, in sostanza, spinte concentriche e speculazioni che aprono le porte unicamente a vendite massicce di prodotti biotech, lasciando gli ultimi della Terra nella loro povertà, nella loro fame, nell’emarginazione. Bisogna scongiurare che il dramma di milioni di persone si trasformi in profitto per pochi ricchi».
La risposta italiana Di fronte alle carenze delle scorte mondiali, nelle campagne italiane si è registrato un vero boom per la semine del grano con un aumento nei terreni coltivati del 17%. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti, dalla quale si evidenzia che quasi 2,5 milioni di ettari di terreno sono stati seminati a grano duro e tenero in un contesto mondiale che vede una forte crescita dei prezzi delle materie prime agricole per effetto concomitante del clima e della domanda dei paesi emergenti come India e Cina. «Si registra in particolare – si legge in una nota di Coldiretti – un aumento del 18% per le superfici investite a grano duro che arrivano a sfiorare 1,7 milioni di ettari per effetto di aumenti che hanno interessato sia dell’Italia settentrionale (con incrementi in Veneto, Piemonte Lombardia, Emilia Romagna), che le regioni dell’Italia meridionale (in Puglia e Sicilia) tradizionalmente vocate alla coltivazione del grano duro». «Nell’Isola – rileva la Coldiretti – l'aumento sarebbe del 24,5%. Si passerebbe dagli oltre 300 mila ettari della campagna 2006-2007 ai 373.810 ettari previsti per il 2008». Anche le superfici a grano tenero sono previste in aumento stimato al 14%, dato che porta a superare la soglia dei 750 mila ettari, la crescita degli investimenti sono stati riscontrati nelle regioni del nord Italia in prevalenza nella regione emiliana. In Italia, l’aumento dei prezzi del petrolio e delle materie prime ha determinato un aumento dei costi di produzione in agricoltura e tra i fattori della produzione che hanno subito maggiori rincari nelle campagne ci sono i fertilizzanti (+30,1%), i mangimi (+22,4%) e i carburanti (+7,4%), mentre tra le attività agricole quelle che hanno subito incrementi record nei costi sono proprio l’allevamento e la coltivazione dei cereali come frumento, mais e riso. «La risposta positiva dell’agricoltura italiana all’aumento della domanda mondiale è stato favorito –continua la nota di Coldiretti – dalla riforma della Politica Agricola Comune (PAC) che ha introdottomaggiore flessibilità imprenditoriale per adeguare la produzione al mercato contribuendo a ridurre il deficit commerciale dell’Italia che importa dall’estero quasi il 50% del proprio fabbisogno di grano».
Intanto il prezzo del grano crolla e raggiunge le quotazioni minime dall’ inizio anno pari a circa 0,22 euro al chilo alla chiusura settimanale del Chicago Board of Trade, che rappresenta il punto di riferimento del commercio internazionale delle materie prime agricole. A renderlo noto è ancora la Coldiretti che sottolinea che il prezzo del grano ha chiuso la settimana con un segno negativo ed un prezzo fissato per bushel (pari a 27,2 Kg) pari 8,964 dollari per le consegne a maggio. «Il prezzo del grano si è ridotto di circa un terzo rispetto ai valori massimi, fatti registrare poche settimane fa, a dimostrazione del fatto che – sottolinea la Coldiretti – l’andamento delle quotazioni delle materie prime agricole è in questo momento fortemente condizionato dalle speculazioni internazionali che si sono spostate dai mercati finanziari in crisi a quelli delle commodities. Le quotazione restano comunque alte e a pesare sono le incognite sui raccolti per gli effetti dei cambiamenti climatici nei principali paesi produttori, l’aumento dei consumi nei paesi emergenti come Cina ed India e lo sviluppo delle bioenergie». Secondo l’organizzazione agricola «siamo di fronte ad un cambiamento delle gerarchie all’interno dell’economia globale e ad un ruolo nuovo e centrale da svolgere per l’agricoltura nei prossimi anni, sia nella fornitura di beni alimentari sia come opportunità per lo sviluppo di alternative energetiche. Uno scenario che – conclude la Coldiretti – deve significare una nuova attenzione per sostenere la crescita del settore a livello nazionale, comunitario ed internazionale».