analisti e organizzazioni di settore sembrano concordare. «Sono in atto speculazioni – sostiene la Coldiretti – che si sono spostate dai mercati finanziari in difficoltà a quelli delle materie prime agricole». Ma a creare sussulti al mercato ci sono anche notizie poco confortanti sulle scorte di grano statunitensi che hanno raggiunto il livello minimo degli ultimi 50 anni. Non da meno le informazioni sugli effetti negativi del clima sulle potenzialità produttive in diverse parti del mondo, dal Canada all’Argentina fino all’India. A fronte di ciò s’innesta anche una richiesta senza precedenti di prodotti agricoli da parte di Paesi in via di rapido sviluppo, in primo luogo Cina e India. Dell’andamento del mercato del grano, in ogni caso, non beneficiano certamente gli agricoltori italiani che hanno già raccolto e venduto da tempo le produzioni. «È una situazione che va affrontata con la programmazione di filiera – continua l’organizzazione agricola – alla quale l’agricoltura italiana può rispondere positivamente grazie alla flessibilità introdotta con la riforma della politica agricola». La quotazione del grano, in ogni caso, non sembra destinata per ora a incidere sul prezzo di pane e pasta. «Il prezzo di pane al consumo dipende solo in minima parte da quello del grano – afferma la Coldiretti – che incide appena per il 10% sul valore finale di vendita». Proprio per questo, secondo l’organizzazione, nella forbice dei prezzi dal grano al pane «c’è abbastanza spazio per recuperare diseconomie e garantire una adeguata remunerazione agli agricoltori e a tutte le componenti della filiera senza aggravare i bilanci delle famiglie con conseguenze negative per i consumi, calati del 6,3% per il pane in un anno». Ma il problema dei prezzi riguarda l’intero mercato cerealicolo. Anche soia e mais hanno subito consistenti rialzi che, però, non sembrano destinati a influenzare il mercato al consumo poiché le grandi multinazionali del settore si sono garantite con contratti di fornitura di lungo periodo. Per Coldiretti, in ogni caso, l’andamento dei mercati internazionali conferma l’allarme partito quest’anno da Davos: la riduzione della disponibilità alimentare con l’aumento dei prezzi è, insieme alla crisi del petrolio, alla recessione Usa e alla globalizzazione dei rischi, tra le principali minacce per l’economia mondiale nei prossimi dieci anni.