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Moria api, colpa dei pesticidi

 

Pesano anche i cambiamenti climatici e l’inquinamento

   
     

ROMA (30 gennaio 2008) - «L’allarmante moria di api è legato strettamente all’uso dei pesticidi». Questa la reazione di Legambiente al dato della scomparsa di 200 mila alveari nel 2007, emerso nel corso di un workshop dell’Apat che ha evidenziato anche la perdita economica pari a circa 250 milioni di euro, per la mancata impollinazione di piante. Secondo l’associazione ambientalista la drastica diminuzione della specie va in gran parte attribuita «alla diffusione di alcuni fitofarmaci sistemici nell’agricoltura contenenti molecole neonicotinoidi, che sin dalla loro introduzione in agricoltura in Francia, nel 1991, hanno evidenziato effetti letali sulle api, determinando dei pronunciamenti giudiziari che, in osservanza al

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principio di precauzione, hanno vietato l’uso di questi pesticidi su molte colture». Mentre in Italia non c’è stata risposta alle denuncie e agli allarmi espressi da numerosi soggetti, sui pesticidi in questione, «in Francia – sottolinea Legambiente – sono state emesse sentenze dal più alto organo giudiziario che confermano il mancato rispetto delle garanzie necessarie rispetto ai due principi attivi incriminati». Come già più volte denunciato dagli apicoltori italiani è necessario, secondo l’associazione, «attivarsi per l’immediata sospensione dei preparati contenenti neonicotinoidi in agricoltura e predisporre rapidamente tutte le procedure per rivedere l’autorizzazione dei principi attivi che non si limitino allo studio degli effetti immediati ma nel medio e lungo periodo per tutto l’insieme delle forme viventi». Anche il Corpo forestale dice la sua nella delicata questione delle api, puntando il dito contro i cambiamenti climatici. «Sull’alto tasso di mortalità – afferma in una nota Isidoro Furlan, comandante del Corpo Forestale di Asiago – pesano in maniera considerevole le condizioni igienico-sanitarie degli alveari, i cambiamenti climatici e di conseguenza la disponibilità e la qualità del pascolo, dell’acqua e l’insalubrità del territorio». «Il compito principale della Forestale – sottolinea Furlan – è di controllare il nomadismo delle api, ovvero monitorare con cautela e attenzione gli alveari e il loro spostamento, al fine di garantire la sicurezza sanitaria del prodotto». L’ape, rileva ancora Furlan, è un bio-indicatore: «Ai primi sintomi che qualcosa non va nell’ambiente, muore. La varroasi, la peste americana e la nosemiasi hanno destabilizzato i corpi alveari. La concomitanza di altri fattori come l’inquinamento ha seriamente compromesso intere colonie».
Dura anche la reazione del presidente della commissione Agricoltura della Camera, Marco Lion. «I dati pubblicati dall’Apat sulla moria delle Api sono preoccupanti perché l’ape è un bioindicatore della qualità dell’ambiente». «L’inquinamento unito a un uso dissennato di fitofarmaci mettono in serio pericolo la sopravvivenza di insetti fondamentali per l’ agricoltura. Auspico dunque – conclude l’esponente dei Verdi – che nuovi strumenti nazionali e comunitari limitino maggiormente l’utilizzo di prodotti chimici nella zootecnia al fine di salvaguardare gli ecosistemi, garantendo così anche produzioni biologiche sane e di qualità».
 
   
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