italiano più esperto nel campo dei biogas. «Non è accettabile sostenere la proliferazione casuale nei vari territori italiani di progetti di centrali elettriche a biomasse da 20-40 o anche più megawatt di potenza, senza sapere che tipo di materia vegetale bruceranno, da dove proviene e su che terreni è stata coltivata – dichiara Beppe Croce, responsabile agricoltura no food dell’Associazione del cigno –. Spesso questi progetti sono presentati da grandi impiantisti interessati al business dei certificati verdi, ma senza alcun interesse per l’agricoltura e le condizioni di coltivazione e di estrazione delle materie prime vegetali. In questo modo, si rischia di vanificare i benefici ambientali e climatici che le biomasse possono offrire».
Tantissimi ancora gli appuntamenti dello spazio Bionergie di Legambiente, Cra, Enea, Arsia e Regione Toscana, in collaborazione con Crpa di Reggio Emilia. Domani venerdì 8 febbraio si apre il ciclo di incontri sugli accordi di filiera tra agricoltori e produttori di energia con casi reali di alimentazione di grandi impianti a biomasse tramite risorse locali e di produzione di elettricità con colture dedicate. Se non trattato, il prodotto residuo del biogas, il cosiddetto “digestato”, contiene quantità anche maggiori di azoto e non deve superare i 170kg/Ha per le aree vulnerabili e i 340kg/Ha per le altre aree. Se sparso sui campi, invece, non allevia per nulla la
situazione di acque superficiali e falde acquifere. Le aziende che non abbiano superfici agricole sufficienti allo spandimento dei liquami avranno bisogno d’impianti aggiuntivi che lo trattano denitrificandolo.