hanno causato una progressiva diminuzione di numerose specie ittiche con il rischio di arrivare a una situazione di non ritorno per l’intero ecosistema idrologico, che potrebbe avere effetti disastrosi per l’economia del settore. La politica comunitaria in materia di pesca e consumo di prodotti ittici attua, globalmente, interventi che da una parte riducono fortemente lo sforzo di pesca, mentre dall’altra incentivano sempre più al consumo di pesce. Infatti, in concomitanza di un impoverimento del pescato, nel Mediterraneo si è avuto un aumento del consumo pro capite di prodotto ittico che in Italia si è attestato intorno ai 15-22 chilogrammi per anno, contro i 7 del 1980. Ciò ha determinato un deficit di pescato di oltre 8 milioni di quintali con un trend sempre in crescita. Inoltre, la pesca intensiva, spesso illegale, sta svuotando i mari (è ormai esaurito il 90% degli stock di molte specie marine) e dei grandi bacini delle acque interne. A questo punto produrre il pesce mediante le tecniche dell’acquacoltura appare una scelta più che necessaria. È questa, infatti, la sfida epocale che il settore dell’acquacoltura si troverà ad affrontare in un immediato futuro. Come avvenuto in agricoltura, dove l’uomo da semplice utilizzatore di risorse è diventato produttore, così, per le risorse idrobiologiche, si assiste oggi a uno stato di transizione che porterà l’uomo a dedicarsi alla gestione di un proprio presidio idrico (marino, salmastro e dulciacquicolo) dove rivestire il doppio ruolo di pescatore-allevatore. È utile ricordare, inoltre, che l’articolo 2135 del Codice civile e la legge 778 del 1986 considera “agricola” l’attività di itticoltura, mentre la legge 102 del 1992 definisce l’acquacoltura, e tutte le sue branche, «attività imprenditoriale agricola a tutti gli effetti».
Negli ultimi anni, in Italia, rispetto al totale dell’offerta di mercato, la percentuale di pesce proveniente dagli allevamenti si è confermata in continuo aumento, attestandosi al 40%, con una produzione nazionale che supera le 230 mila tonnellate (comprese le produzioni dei molluschi bivalvi che rappresentano oltre il 70% della produzione totale) e un fatturato aziendale lordo di oltre un miliardo di euro. La Sicilia, limitatamente alle specie eurialine, spigole e orate su tutte, contribuisce per il 35% al totale nazionale, per il 6% al totale di pesci di tutte le specie prodotte (marine e acquadulcicole) e per l’1,2% all’intero prodotto nazionale. Per il futuro, dunque, la filiera dell’acquacoltura costituirà il bacino di riferimento di una parte cospicua del mercato dei prodotti ittici. E in effetti, già allo stato attuale, l’allevamento di pesci, crostacei, molluschi e alghe sta consentendo uno sviluppo significativo del mercato, inserendosi in un contesto sempre più ampio e multifattoriale, ricercando soluzioni che sono in grado di recepire e coniugare le esigenze produttive con quelle ambientali. Qualitativamente, il pesce d’allevamento italiano, e in particolare quello siciliano, è considerato dagli esperti buono, sano, sicuro e assai richiesto dai consumatori, grazie anche al suo prezzo. «La carne delle spigole e delle orate, come quella delle trote di acquacoltura, dal punto di vista “bromatologico” è allo stesso livello di altre carni», afferma Eugenio Del Toma, presidente onorario dell’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica. Inoltre, un recente rapporto della Fao sottolinea che il consumo di pesce “libero” «sta cedendo il passo ai prodotti ittici d’allevamento, e il mercato, grazie alla grande distribuzione organizzata (gdo), trova i consumatori maggiormente interessati alle produzioni nazionali. Tutta la gdo – aggiunge il rapporto dell’organizzazione mondiale per il cibo e l’agricoltura – ha creato nei supermercati lo “spazio pesce”». Accanto alle specialità ittiche del mare, troviamo i prodotti d’acquacoltura allevati, trasformati, surgelati e confezionati da aziende leader del settore, disseminate in quasi tutte le regioni italiane. Tuttavia, l’allevamento ittico, soprattutto quello intensivo, a causa della minore flessibilità dei propri parametri biologici e idrobiologici rispetto alla zootecnia tradizionale, esige la razionalizzazione dei processi produttivi.